Caro direttore,
Nel confronto politico che precede le prossime elezioni amministrative per il Comune di Palermo trova poco spazio il presente e il futuro della città. Ciò mi preoccupa, perché per Palermo, città nella morsa del carovita e di striscianti e violente forze che rialzano la testa, ha bisogno di partecipazione, e di una visione politica coraggiosa e di prospettiva.
Il tempo presente ci getta nell’inquietudine, ponendo davanti ai nostri occhi sempre più complessi fenomeni con cui fare i conti. Penso all’odierno imporsi della logica della forza tra gli Stati, che genera nuovi conflitti, e rende attuali temi sconcertanti come il riarmo e la protezione dei confini. Penso alla crisi climatica, che manifesta con intensità e vigore crescente i suoi effetti nei nostri territori: l’eccezionale si fa ordinario, e in pochi minuti cade la pioggia di interi mesi; e per lunghi mesi proviamo temperature estreme, che rendono la vita di tutti più complessa, soprattutto quella dei più fragili.
Aggiungo a questo le miserie create dal sistema economico basato sulla «gestione industriale degli uomini», per dirla con Rodotà, che tratta le persone da oggetti e alimenta le disuguaglianze. Al troppo antico problema della disoccupazione, si aggiunge oggi il fenomeno della precarietà e del “lavoro povero”: pur svolgendo più lavori, molti non riescono ad arrivare alla fine del mese, e la vita diventa sopravvivenza.
Un senso di incertezza
Da qui deriva il senso di incertezza, la fragilità che connota la vita di ciascuno, il disagio economico, l’odierno esasperato individualismo e l’assenza di prospettive e, quindi, di speranza.
Ecco gli elementi che dilaniano e frantumano le comunità cittadine nelle grandi aree urbane come Palermo, che portano al dilagare della violenza reciproca e del crimine. Da comunità, dove fondamento della vita sono le relazioni e i valori, esse si fanno semplicemente città: luoghi fisici, senz’anima, spazi utili a soddisfare ogni bisogno in cambio della sopportabile presenza degli altri. E così accade oggi a Palermo.
Il ritorno dell’attivismo
L’antidoto per invertire l’esistente è un attivismo politico plurale, e le città rappresentano il luogo d’impegno ideale. Esse sono i luoghi in cui si abbattono gli effetti del potere economico sregolato, della crisi climatica, della politica senza valori. Davanti all’immobilismo degli Stati, che non riescono a dare risposte ai problemi globali, sono le città, le classi dirigenti che le governano, che all’interno delle loro competenze e nei limiti dei propri poteri possono almeno alleviarne gli effetti.
I problemi globali sono alimentati da piccole cose, da banali abitudini, che sono causa ed effetto dei problemi globali. Le città, con la concretezza dei loro interventi, possono occuparsene per dare risposte territoriali a problemi sistematici, che ai livelli più alti nessuno affronta o risolve.
Le elezioni del prossimo giugno rappresentano una grande opportunità, perché Palermo può rappresentare un esempio di questo approccio politico votato alla concretezza e al dovere di cura della persona.
Il prezzo della rinuncia
Pochi giorni fa, al mercato rionale di via Paladini, una coppia mi ha raccontato di aver rinunciato a utilizzare l’automobile: il prezzo del carburante è troppo alto, e hanno ridotto all’essenziale gli spostamenti. La guerra, la pratica più assurda creata dall’uomo, la pagano, in ogni luogo, sempre i più deboli: la pagano, appunto, i cittadini che subiscono l’aumento della benzina e del diesel. Una città che vuole alleviare questi pesi ingiustificati alla vita di tutti dovrebbe avere una politica impegnata ad affrancare le persone dalle automobili, una politica intenta a ripensare la mobilità urbana.
A Palermo, invece, cresce il prezzo del biglietto del trasporto pubblico, a fronte di un servizio carente, con vetture che percorrono lo stesso tragitto delle auto, e restano sistematicamente bloccate negli ingorghi. Nel frattempo tutti noi subiamo l’aumento dei prezzi dei carburanti, diventiamo sempre più poveri e ci sentiamo sempre più abbandonati.
Con l’arrivo dell’autunno ormai da qualche anno la nostra città, alle prime piogge, diventa un grande lago. È ciò con cui si è confrontata la famiglia di una mia amica poche settimane fa, a Ciaculli, costretta a restare a casa e ad annullare ogni impegno perché l’acqua aveva invaso le strade del quartiere. Prigionieri della loro stessa città. Se gli Stati non riescono a porre un argine alla crisi climatica, le città devono cambiare per proteggere i cittadini. Dunque, liberare la terra per far defluire l’acqua: liberare Palermo dal cemento e dall’asfalto dove possibile, per restituire alla città il verde che l’ha resa unica nei secoli passati.
Ma liberare la terra anche per consentire a tutti di respirare meglio, e ripensare il modo di spostarsi. Una vera necessità in una delle città più trafficate al mondo: secondo il TomTom Traffic Index 2025 Palermo è la città italiana più congestionata dal traffico veicolare e la settantottesima al mondo.
La ‘patata bollente’ delle piste ciclabili
Ma nella nostra città l’opportunità di costruire delle corsie ciclabili diventa una patata bollente, uno spinoso problema da risolvere: la soluzione è piazzarle dove meno scontentano i cittadini, per non perdere consensi elettorali, senza alcuna logica o strategia. Nel frattempo il poco tempo veramente libero tra il lavoro e le attività quotidiane lo trascorriamo nel traffico, respirando fumi tossici e litigando tra noi.
Mi trovo quasi quotidianamente a confrontarmi con studenti di tutte le età, e da loro sento puntualmente denunciare, come un ritornello, l’assenza di spazi aggregativi pubblici e gratuiti dove poter studiare o trascorrere in serenità il loro tempo.
Dietro queste constatazioni si nasconde anche un disagio economico: abitazioni piccole e affollate, dove non c’è spazio per studiare; sempre più spesso, quando fa troppo caldo o troppo freddo, una famiglia non può permettersi di rinfrescare o riscaldare la propria casa; acquistare un quotidiano o un libro oggi è una spesa impegnativa. La crisi climatica, la crisi sociale, il sistema economico vessatorio gravano su tutti, e soprattutto sui più deboli.
Pochi luoghi aggregativi
Sono rari i luoghi aggregativi a Palermo. Esistono cinque biblioteche pubbliche, aperte in orario da ufficio, quindi al mattino, quando tutti lavorano o sono impegnati nelle lezioni a scuola o all’università. Nel fine settimana sono rigorosamente chiuse. Sarebbe naturale impegnarsi nel governo della città per far fronte alle temperature troppo alte, alle disuguaglianze crescenti, alla carenza di socialità.
Una città che vuole fare ciò, che vuole creare le condizioni per momenti di scambio e relazioni, che vuole farsi promotrice della cultura e dell’amicizia, che vuole essere viva dovrebbe avere una politica impegnata nella pianificazione e apertura di una rete di centri aggregativi pubblici, non solo per studiare o formarsi: per fare compagnia a chi è solo, per offrire refrigerio e buone letture. A Palermo, invece, solo pochi giorni fa ha chiuso i battenti la bellissima biblioteca di Pallavicino: i tanti libri che custodiva sono finiti in un magazzino, e gli abitanti del quartiere hanno perso un presidio di cultura e socialità.
Per tutto questo bisogna iniziare dal passato. Palermo è stata protagonista della speculazione edilizia più grande d’Italia: una città costruita dal mortifero connubio mafia-politica-impresa. Quel terribile passato, che ci ha lasciato una città confusa, divisa, irrazionale, alimenta i già gravi problemi che la città vive nel presente. Per questo il “sacco” deve diventare una questione politica prioritaria, perché Palermo può diventare una comunità coesa e una città vivibile solo decostruendo l’urbanistica che ha plasmato il nostro modo di vivere, solo abbattendo i muri innalzati tra un quartiere e l’altro.
La necessità di ‘guardare in alto’
Potrei continuare, ma questo è il senso della visione di città che secondo me questo tempo chiede a coloro che desiderano impegnarsi nell’attività politica: guardare “in alto”, per chiedere e difendere i nostri diritti, ma concentrare l’impegno comune sul dovere di ciascuno di prendersi cura dei bisogni della persona: bisogni morali e bisogni fisici, come la fame, la protezione, l’abitazione, il riscaldarsi e il rinfrescarsi, la socialità, la lettura, l’attività fisica.
In una parola, ciò di cui ha bisogno la città di Palermo è una visione politica che faccia sperare i più indifesi e i più deboli, che metta al centro la dignità della persona, le disuguaglianze e il modo per alleviarle. Solo così è possibile ricucire i rapporti, le relazioni di cura e d’affetto che fanno diventare un agglomerato di strade e palazzi una comunità di persone.

