Chi è davvero mister Roberto Boscaglia, allenatore del Palermo, oltre la lavagna, il campo e gli schemi?
Per rispondere si può citare una frase con cui lui stesso si descrisse qualche anno fa sul mensile ‘I Love Sicilia’: “Il mare è l’infinito per me, è la mia casa, è la mia origine. Sono nato a Gela e abitavamo sul lungomare. Quando ero all’Akragas, stavo a Porto Empedocle. Poi, mi sono spostato ad Alcamo Marina. Voglio che il mio balcone sia davanti al mare. Voglio affacciarmi, sentirlo e toccarlo. Ho notato la differenza tra quelli che vivono sul mare e quelli che, purtroppo, sono costretti a farne a meno. Sarà banale ricordarlo: noi siamo più accoglienti, più aperti e abituati al confronto. Non conosco la diffidenza. Trovo sempre il bene”.
Erano i tempi del Trapani. Ma qualcosa ci fa pensare che per quegli occhi sempre luminoso-vivo e per quei capelli solo un po’ più brizzolati il concetto non sia cambiato. Infatti ha scelto Palermo, una città di mare.
Questo ci rassicura. Oltre l’uomo che fa il suo lavoro, reggendo in mano un pennello, un martello, un foglio o una tattica, c’è l’uomo che vive, che respira, che ha costruito il suo senso, tra dolore e felicità. Ed è lui che conta, alla fine. Perché sceglie, anche ispirato da un odore o da un ricordo.
Charles Baudelaire, uno che non si sa quanto capisse di calcio, ma che sicuramente capiva di vita, osservava: “Il mare se sei libero ti sarà sempre caro”. Tutti noi che siamo nati da questa parte del mondo abbiamo acqua salata, non soltanto sangue, nelle vene. Ecco perché fremevamo davanti alle distese d’acqua dell’Odissea, sentendoci fratelli di Ulisse. Ecco perché avere uno così sulla panchina ci rassicura. E’ dei nostri.
Nel corso di quella chiacchierata il mister disse anche: “Ho lavorato per anni in una casa famiglia, a contatto con la sofferenza, e questo aiuta il lato psicologico della preparazione e ti aiuta. Mi piace insegnare ed educare. È una componente essenziale del mio ruolo. È necessario entrare nella mente del calciatore, per abituarlo alla professionalità, all’importanza del dovere. Ho sostenuto un corso impegnativo per diventare operatore sociale. Se non fossi qui, avrei fatto lo psicologo o lo psichiatra. In casa famiglia, ho visto scene che non dimenticherò mai. Ho parlato con persone che avevano tentato il suicidio. Sono pieno di difetti ma conservo un pregio: so ascoltare”.
Poi, certo, ci sono la tattica, la professionalità, la bravura e il rigore: qualità che Boscaglia ha dimostrato di possedere. Ma qui c’è soprattutto un uomo che conosce bene il suono della conchiglia che la vita ci mette sempre all’orecchio. Può risuonare la risacca che intenerisce o il lamento che raggela. L’essenziale è sapere ascoltare.

