Sanità siciliana, il problema dei ricoveri impropri

Sanità siciliana, il problema dei ricoveri impropri

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Come sono gestiti gli ospedali?
LA SANITà CHE (NON) VORREI
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6 min di lettura

Il dottore Giorgio Trizzino scrive per ‘La Sanità che (non) vorrei’. Partecipare è semplicissimo. Scrivici a direttore@livesicilia.it e racconta la tua esperienza.

I ricoveri impropri sono una delle piaghe della sanità siciliana. Non basta chiedere agli ospedali di ridurre gli accessi e liberare posti letto se non si garantisce ai cittadini un’assistenza adeguata sul territorio prima del ricovero e dopo la dimissione. Chi si occupa di programmazione regionale (ammesso che questo ‘qualcuno’ esista) dovrebbe chiedersi prima di ogni cosa quante persone finiscono in ospedale, quante ne hanno realmente bisogno e quante invece non trovano altrove una risposta adeguata?

È da qui che bisogna partire e non da disposizioni alle aziende sanitarie o da obiettivi di riduzione dei ricoveri imposti ai direttori generali. Il problema si risolve soltanto costruendo un sistema capace di garantire a ciascun cittadino la cura più appropriata, nel luogo giusto e nei tempi necessari. Eppure in Sicilia continuiamo a chiedere efficienza agli ospedali senza consentire al territorio di svolgere il proprio compito.

Come affrontare la sfida

Le conseguenze sono evidenti in quanto se guardiamo ad uno dei tanti (troppi) ospedali siciliani ci accorgiamo che i Pronto soccorso sono sovraffollati, i reparti sono sotto pressione, che c’è carenza di posti letto e che le famiglie sono costrette a farsi carico di bisogni assistenziali che non riescono a gestire da sole. In alcuni reparti di medicina, oncologia, geriatria e lungodegenza una quota rilevante di pazienti potrebbe essere assistita a domicilio o in strutture intermedie anziché in ospedale.

Pensiamo a un anziano con più patologie che vive solo, a un paziente cronico che non riesce ad accedere alle cure necessarie o ad una persona che non può essere dimessa perché manca un servizio in grado di garantirne l’assistenza. Non tutti questi casi configurano un ricovero inappropriato perché ogni decisione deve tenere conto delle condizioni cliniche individuali ma anche della situazione sociale in cui si trova quel soggetto.

Ma ignorare il peso delle carenze territoriali significa non volere risolvere una delle cause del ricorso all’ospedale. Chi ha bisogno di essere ricoverato deve poter accedere tempestivamente alle cure senza trascorrere ore nei corridoi del pronto soccorso in attesa di un posto letto. Chi invece può essere assistito efficacemente a domicilio o in una struttura intermedia deve poter contare su un’alternativa concreta.

E chi è clinicamente pronto per la dimissione non dovrebbe restare in reparto perché mancano assistenza domiciliare, riabilitazione o servizi sociosanitari adeguati, né essere dimesso senza le necessarie garanzie di continuità assistenziale. L’appropriatezza dunque non è soltanto una questione clinica o contabile ma è la misura della capacità del sistema sanitario di organizzare i servizi intorno ai bisogni delle persone.

Obiettivi e realtà

Per comprendere la distanza tra gli obiettivi dichiarati e le risposte effettivamente disponibili, basta guardare ai dati sull’assistenza territoriale. Secondo il monitoraggio AGENAS relativo al secondo semestre 2025 in Sicilia erano programmate 154 Case della comunità ma soltanto 12 risultavano dotate di almeno un servizio attivo secondo i criteri adottati, mentre appena due dichiaravano attivi tutti i servizi obbligatori, compresi quelli relativi alla presenza medica e infermieristica.

Gli Ospedali di comunità attivi risultavano quattro, per un totale di 48 posti letto. Questi dati non significano che tutte le altre strutture siano chiuse o prive di qualsiasi attività, evidenziano però quanto sia ancora distante l’obiettivo di una rete territoriale pienamente operativa. La domanda alla politica diventa a questo punto inevitabile ed è la seguente: quanto tempo deve trascorrere prima che gli investimenti e la programmazione si traducano in servizi concretamente accessibili ai cittadini?

Realizzare una struttura non basta, infatti una Casa della comunità deve disporre di personale, garantire prestazioni effettive e orari adeguati, integrandosi con i medici di medicina generale, gli specialisti, l’assistenza domiciliare e gli ospedali. Gli Ospedali di comunità devono offrire una risposta intermedia a chi non necessita più di cure ospedaliere per acuti ma non può ancora rientrare a domicilio in sicurezza. Se questi servizi non funzionano pienamente, l’ospedale continuerà a farsi carico anche di bisogni che potrebbero trovare altrove una risposta più appropriata.

Non si può chiedere di ridurre i ricoveri senza aver prima costruito alternative reali. Altrimenti, l’appropriatezza rischia di diventare soltanto una parola dietro cui nascondere le inefficienze del sistema. Anche l’assistenza domiciliare integrata (ADI) rischia di diventare l’anello debole del sistema perché la frammentazione tra una moltitudine di enti erogatori, unita alla grave carenza di infermieri e fisioterapisti (FKT), mette a rischio la continuità e la qualità delle cure. Senza una seria razionalizzazione dell’offerta e una programmazione del personale commisurata ai bisogni reali, il rischio è che anche questo servizio, fondamentale per evitare ricoveri impropri e garantire dimissioni protette, finisca per implodere.

I ricoveri inappropriati

Quindi la questione dei ricoveri inappropriati chiama in causa prima di tutto la capacità della Regione di programmare, governare e verificare i risultati. Non basta distribuire risorse, inaugurare strutture o fissare obiettivi alle aziende sanitarie, bisogna accertare che i servizi funzionino, che i direttori generali rispondano dei risultati e che le criticità vengano affrontate senza nascondersi dietro i numeri.

Ma c’è un nodo ancora più profondo che riguarda il fatto che non può esserci una presa in carico efficace del cittadino se sanità e servizi sociali continuano a essere programmati e gestiti come mondi separati. La fragilità di un anziano, la disabilità, la cronicità e la perdita di autonomia non sono problemi esclusivamente sanitari o sociali. Richiedono risposte integrate, responsabilità condivise e risorse coordinate.

Per questo occorre un reale governo unitario del sistema sociosanitario, capace di superare la frammentazione tra competenze sanitarie e sociali, coordinando la programmazione regionale e quella degli enti locali, gli interventi e i percorsi di assistenza. Finché ciascun settore continuerà a operare secondo logiche e obiettivi distinti, il costo della mancata integrazione ricadrà sui pazienti, sulle famiglie e troppo spesso sugli ospedali.

Superare le inefficienze

Serve dunque un programma regionale fondato su dati trasparenti, obiettivi misurabili e responsabilità precise, che metta in rete ospedali, territorio e servizi sociali e valuti l’efficienza non soltanto in termini di spesa, ma di accessibilità, sicurezza e qualità delle cure. Infatti ridurre i ricoveri senza offrire alternative concrete significa scaricare le inefficienze del sistema sui pazienti e sulle famiglie.

Quindi le prospettive esistono a partire dagli investimenti già programmati per la medicina territoriale ma saranno concrete soltanto se la Regione saprà trasformare le strutture in servizi operativi, garantire personale e continuità assistenziale e sottoporre le aziende sanitarie a verifiche effettive, promuovendo al contempo una collaborazione strutturale con i Comuni e i servizi sociali.

La vera sfida non è liberare posti letto, ma superare le inefficienze e la frammentazione di un sistema che troppo spesso costringe i cittadini a rivolgersi all’ospedale perché non trova risposte altrove. Per riuscirci non bastano nuove strutture o maggiori finanziamenti, occorre un governo effettivo e integrato della sanità e del sociale, con responsabilità chiare e obiettivi comuni. Questa non è soltanto una questione organizzativa ma una precisa responsabilità politica dalla quale non è più possibile sottrarsi.

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