PALERMO – Crisi congelata alla Regione Siciliana. Bisognerà attendere martedì, o al massimo mercoledì, per capire se le dimissioni saranno tornate definitivamente nel cassetto o se rappresenteranno un’opzione ancora possibile. Decisivo l’incontro a tre previsto a Roma tra il leader nazionale di Forza Italia Antonio Tajani, il commissario regionale del partito Nino Minardo e il governatore Renato Schifani.
Vertice Tajani-Schifani-Minardo
Il vertice a tre potrebbe essere preceduto da un chiarimento tra Tajani e Schifani, protagonisti di una dura telefonata andata in scena nel momento più acuto della crisi. L’obiettivo dell’incontro non è il mandato bis dell’attuale governatore. Sul tavolo ci sarà la strategia da perseguire da qui alla fine della legislatura.
Bisognerà decidere, in verità, quando dovrà calare il sipario. Una delle ipotesi prevede la fine della legislatura a febbraio, con la nuova legge di bilancio già in cassaforte, per il voto in primavera in possibile coincidenza con le Politiche. Nel futuro del governatore potrebbe esserci non più il Csm, come si era ventilato nei mesi scorsi, ma un posto da capolista per il Senato.
A Roma si cercherà comunque di ricomporre la frattura nata con la presa di posizione di Minardo. Il deputato ha chiesto un cambiamento all’interno di Forza Italia siciliana, provocando la reazione del presidente della Regione che aspira alla ricandidatura. Ne è nata una improvvisa precipitazione degli eventi, che ha portato Schifani a minacciare le dimissioni. Il governatore, tuttavia, ha guidato la Giunta in un clima che è stato definito “sereno” da più assessori, illustrando alla sua squadra di governo anche il contenuto di un ddl che disciplina i rapporti tra le lobby e la pubblica amministrazione.
La tensione in Forza Italia fa una prima vittima: l’Irfis
Schifani e Minardo continuano ad ignorarsi e così le tensioni in atto nel partito hanno avuto già un primo effetto: l’assemblea dei soci dell’Irfis, braccio finanziario della Regione, è andata deserta. Nei piani originari avrebbe dovuto eleggere il nuovo Cda, con la nomina a presidente di Salvatore Nicotra, vicino al deputato azzurro Nicola D’Agostino.
Oggi, venerdì 9 ottobre, è in calendario la seconda convocazione ma è probabile che l’assemblea vada ancora a vuoto e in questo caso rimarrebbe in carica l’attuale Cda. Saltato, per il momento, anche l’allargamento del Consiglio d’amministrazione a cinque componenti, una per ogni partito di maggioranza.

Clima pesante all’Ars
Con queste premesse appre difficile anche l’apertura del dossier manovrina all’Ars. Il testo è passato da 22 a 125 articoli e l’opposizione promette battaglia su un ddl monstre che al momento veicola oltre seicento milioni di euro: soldi da impegnare entro la fine del 2026, altrimenti ritorneranno nelle casse della Regione.
Forza Italia, ad ogni modo, cercherà di non uscire dal confronto romano con le ossa rotte. Gli alleati sono alla finestra: in particolare Fratelli d’Italia, che ha già comunicato in passato che senza Schifani la casella elettorale della Sicilia ritornerebbe in ballo.
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Nel partito circolano già i primi nomi che potrebbero contendere lo scettro di candidato governatore a Schifani. Tra coloro che aspirano a governare la Sicilia il vice presidente della Camera, Giorgio Mulè (“se me lo chiedono sono pronto”), e lo stesso Minardo. Sullo sfondo c’è sempre l’opzione che porta all’eurodeputato Marco Falcone, silente in questi giorni di battaglia tra Schifani e Minardo.

Forza Italia, gli schieramenti
Mulè avrebbe l’appoggio di Tajani e l’attuale presidente della commissione Difesa della Camera sembra piacere molto alla famiglia Berlusconi, che ne avrebbe apprezzato il piglio dimostrato sul tema del rinnovamento del partito. In mezzo c’è il gruppo parlamentare all’Ars, diviso tra tre prospettive e in attesa di capire che ne sarà della manovrina e della successiva Finanziaria.




