Splendori e miserie delle banche | Chi vince e chi perde in Sicilia

Splendori e miserie delle banche | Chi vince e chi perde in Sicilia

Resistono gli istituti legati al territorio. E a Palermo una via racconta mutazioni e fallimenti.

PALERMO – Dal civico 106 al civico 138 di via Sciuti, zona ricca e residenziale di Palermo, scorre la storia del credito siciliano. Una sintesi fotografica della presenza delle banche nell’Isola. Al 106, c’è l’agenzia “Intesa San Paolo” che guarda dall’altra parte della strada verso la “rivale” Banca Nuova. Poco più avanti, ecco l’agenzia Unicredit, esattamente di fronte la Bnl, affiancata da “Fineco”.

In duecento metri, più o meno, cinque filiali. Che hanno preso il posto, negli anni, di negozi di mobili, di un’azienda di attrezzature agricole, di un “ingrosso” di prodotti fotografici. E una fotografia scattata dieci, quindici anni fa, avrebbe raccontato una via Sciuti assai diversa. Metafora di una Sicilia che è cambiata, con le sue banche.

Le mutazioni di Unicredit

A volte non facendo nemmeno in tempo. Al civico 138, infatti, l’agenzia Unicredit porta ancora l’insegna del “Banco di Sicilia”. È il segno della progressiva stratificazione, del lento abbandono dell’identikit della banca del territorio, verso i lidi dei grossi Istituti che hanno via via inglobato le realtà siciliane. Nel 1999, infatti, il vecchio Banco passa inizialmente nell’orbita della Banca di Roma. Pochi anni dopo, la riorganizzazione del gruppo dà vita a “Capitalia” che fa capo al manager Cesare Geronzi. Nel 2007 è il turno della fusione tra Capitalia e Unicredit. In quegli anni si decide di “regionalizzare” i marchi. Così, Unicredit in realtà porterà per qualche anno l’insegna, nell’Isola, del Banco di Sicilia. Solo una “finzione”. La stessa insegna che ancora campeggia sul civico 138 di via Sciuti, lì dove invece le suppellettili portano il marchio del Banco di Roma.

“L’insegna? La cambieremo presto”, spiega il direttore dell’agenzia. Manlio Piazza è giovane, ma quella filiale la conosce bene. “In realtà fin dagli anni ’90 – racconta – ero un correntista”. In realtà, di un’altra banca. Perché l’attuale direttore, così come i correntisti “storici”, hanno potuto annotare le mutazioni della filiale persino attraverso il blocchetto degli assegni: Banco di Sicilia, Banca di Roma, Capitalia, Unicredit, appunto. “Quando aprii il mio primo conto – racconta Piazza – questa era l’unica banca in zona. A poco a poco, sono arrivate le altre”. Spuntavano, insomma, le filiali come funghi, nonostante gli allarmi in questi anni sul sistema creditizio italiano e isolano. Arrivava, come detto, Intesa San Paolo. “In realtà – racconta sempre Piazza – quella banca aveva già una agenzia non distante da qui, in via Terrasanta. Ma si è spostata in via Sciuti perché questa è una delle parti più ricche della città”. Con l’arrivo delle banche, intanto chiudevano l’ingrosso fotografico “Cilia”, aziende di prodotti agricoli e di arredamento. Resiste, ancora, la libreria “Sciuti”. Tra bancomat e filiali. Tra cui quella di Banca Nuova, che merita un discorso a parte.

Banca Nuova, il boom, i guai, la speranza “Igea”

Un discorso a parte. Da portare avanti lungo i marciapiedi di via Sciuti. Pochi giorni fa si è dimesso in blocco il Consiglio di amministrazione di Banca Nuova. Alcuni degli amministratori, presenti anche nel board della Popolare vicentina il 13 dicembre prossimo, potrebbero essere oggetto di una “azione di responsabilità” relativa alla cessione ai soci di quote rivelatesi poco più che carta straccia. È uno degli effetti dello scandalo che ha coinvolto la banca “madre”, cioè la Popolare di Vicenza, appunto, guidata fino a pochi mesi fa dal patron Giovanni Zonin. “Quando è esplosa Banca Nuova – ricorda il direttore dell’agenzia Unicredit, Piazza – molti nostri colleghi sono passati lì, portando con sé i clienti. Ma adesso la situazione è cambiata e qualcuno è tornato indietro”. Ma nemmeno Unicredit al momento gode di perfetta salute. Recenti sono le notizie, sottolineate con manifestazioni di protesta dai sindacati di categoria, che parlano di nuovi, possibili tagli ed esternalizzazioni in seguito al prossimo piano industriale

Ma quindici anni fa era tutto diverso. Banca Nuova arriva in Sicilia proprio nel 2001. E’, di fatto, una creatura siciliana con genitori vicentini. E fa registrare un vero e proprio “boom”. Che oggi è un lontano ricordo. Le dimissioni del cda infatti certificano il cambio di direzione netto. Adesso l’Istituto è nelle mani del Fondo Atlante che dovrà decidere cosa farne. E le ipotesi si rincorrono. Tra queste, anche la fusione con “Banca Apulia”, controllata meridionale di Veneto Banca. I due istituti capogruppo, infatti, dopo la loro fusione vareranno un piano di riassetto al Sud che farebbe nascere un gruppo con circa 200 sportelli sparsi dalle Marche alla Sicilia.

Ma non solo. Pochi mesi fa è stata anche avviata una due diligence che potrebbe preparare a una cessione di una banca che fa gola ancora a molti, compresi grossi istituti italiani e stranieri. Insomma, addio alla “sicilianità” di una banca lanciata anche dall’attività del manager Francesco Maiolini. Che adesso ci riprova, con “Banca Igea”: “Questa nuova creatura porta con sé una speranza – racconta – è una spa che guarda allo sviluppo della Sicilia, i cui soci sono siciliani e alla quale bisogna dare il tempo di crescere e svilupparsi. Ma l’inizio è incoraggiante: da luglio a oggi abbiamo già finanziato quattrocento aziende tra Palermo e Catania”. E a favorire la crescita futura, potrebbe essere anche l’ingresso della potente Fondazione Sicilia, una volta “Fondazione Banco di Sicilia”, un gigante da sempre nel mondo del credito siciliano. E del resto, la storia di Banca Nuova e il nuovo progetto di “Igea” racconta rivela una costante “storica”. A resistere, per decenni, sono state nell’Isola quelle realtà che hanno mantenuto stretto il rapporto col territorio, con i contribuenti della zona e con le imprese. La banca della porta accanto.

Dai Cartia ai Curella, la Sicilia che “resiste”

Quegli esempi di banca nata nel e per il territorio, in effetti hanno resistito, affidandosi alla fiducia dei correntisti, dei soci, delle aziende. Resistono, ad esempio, storiche banche da Licata a Ragusa. Nella Sicilia orientale, ad esempio la Banca agricola popolare ragusana oggi può contare su un centinaio di agenzie. In questo caso, il “miracolo” della popolare è frutto dell’opera della famiglia Cartia (oggi Giovanni è il presidente, Giambattista il direttore generale). Una banca-riferimento appunto nell’est dell’Isola e che ha invece “snobbato” o guardato con diffidenza al capoluogo: oggi può contare su una sede a Milano, mentre non è ancora stata aperta una sede che era stata individuata in via Roma, nel cuore di Palermo.

Poco più in là, invece, in via Albanese, trovi la direzione generale della Banca popolare Sant’Angelo, anche se la sede centrale è ancora a Licata, in provincia di Agrigento. Altro “esempio” di miracolo siciliano nato nel 1920 con la prima denominazione di “Unione Economica Popolare”. Il fondatore è Angelo Curella: l’istituto nasce con lo scopo di sostenere la piccola e media impresa, le famiglie, gli artigiani e i piccoli risparmiatori del territorio. Poi la banca passerà saldamente nelle mani di Nicolò, il figlio di Angelo e farà registrare una crescita nei decenni più recenti. Oggi conta su oltre settemila soci, quasi tutti residenti in Sicilia. Nell’agosto del 2015, però, è scomparso Nicolò Curella. Adesso sono in tanti a interrogarsi sulla capacità di raccogliere l’eredità del manager. Intanto, la banca era entrata anche nella proprietà di Banca Regionale Sant’Angelo e di Leasingroup Sicilia: questi ultimi soggetti, insieme alla Banca popolare Santa Venera, andranno a “comporre” il Credito Siciliano, diffuso con 174 sportelli in 136 Comuni dell’Isola. Ma nell’orbita, oggi, di un gruppo del Nord, che più nord non si può: il Credito Valtellinese.

Banche e politica, politica e banche

Intanto le banche, specie le più grosse, allacciavano, come è normale, rapporti con politica e pubbliche amministrazioni. Oggi, Unicredit è il “cassiere” della Regione siciliana. Il gigante Monte dei Paschi di Siena, invece, per anni sarà socio della Serit, ossia dell’Agenzia di Riscossione siciliana. L’addio, pochi anni fa, con strascichi ancora vivi. E con la denuncia del presidente della Regione Crocetta di una “separazione” tra l’Istituto e l’Agenzia svantaggiosa economicamente per la Regione siciliana. Che intanto ha aperto una sua “quasi-banca”. L’Irfis, ex partecipata regionale, è entrata infatti nell’orbita di Bankitalia che ha assunto la vigilanza di quello che è un “mediatore finanziario”. Ma anche qui, non sono mancati i guai. A cominciare dalle vicende giudiziarie dell’imprenditore Rosario Basile che ha dovuto per questo dimettersi dal ruolo di presidente. Al suo posto è giunto l’avvocato Alessandro Dagnino, in un cda però dove è forte la presenza della politica. Lo è nella figura della vicepresidente Patrizia Monterosso, Segretario generale della Regione e fedelissima del governatore, e lo è nella figura dell’altro consigliere ovvero Salvatore Parlato, anche lui consulente di Crocetta ma da poco anche assessore al Comune di Catania guidato da Enzo Bianco. E così, la politica che ha, spesso, fatto da zavorra alle “banche pure”, prova a recitare il ruolo di “banchiere” per le imprese siciliane. Una storia ancora da scrivere, questa, nella sede di via Bonanno, a pochi passi da via Principe di Paternostro. La stessa via che porta dritto in via Sciuti. Lì dove si racconta, nello scorrere di pochi edifici, la storia del credito siciliano.

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