Tutti gli organi di informazione hanno dato ampio risalto alla recente sentenza della Corte di Cassazione sullo stupro in danno di una donna. I fatti sono noti. Due tizi avevano abusato sessualmente di una donna che si trovava in stato di ubriachezza. Condotta spregevole, sulla quale la Cassazione non ha fatto sconti di nessun tipo sul rilievo, chiaro come il sole, che approfittare delle condizioni di inferiorità della donna è violenza sessuale a tutti gli effetti.
Il punto è che la Corte di Appello di Torino, nella sentenza di condanna, aveva applicato ai due imputati anche una aggravante che però poteva essere riconosciuta solo se l’ubriachezza fosse stata provocata dagli stessi violentatori. Nel caso in esame, invece, la donna si era ubriacata prima e con autonoma condotta.
Muovendo da tale premessa, i Giudici di Piazza Cavour hanno annullato la sentenza, ma solo ed esclusivamente per la parte riguardante l’errata applicazione della aggravante. Eppure questo è bastato a scatenare polemiche quasi fossimo ripiombati nell’oscurantismo dei primi anni ’70.
Alcuni hanno osservato che la sentenza rappresenta un vero e proprio arretramento culturale sul corpo e sulla vita delle donne. Altri ancora hanno evidenziato la persistente propensione del codice penale a colpevolizzare sempre e comunque le donne, spostando parte dell’attenzione e della colpa sulla vittima e non su chi ha commesso effettivamente il reato.
Nulla di tutto questo. Quella della Suprema Corte è stata una decisione squisitamente tecnica che non ha ‘colpevolizzato’ la donna, né attenuato il disvalore etico e penale della condotta dei due imputati. In questi termini non c’è spazio per polemiche, né per agitare inesistenti tematiche di arretramento culturale. Scusate la sintesi, ma la questione è quella che è. Anzi, non c’è.

