CATANIA – Il dopo Sant’Agata è sempre un momento nel quale si tirano le somme. Quasi un consuntivo (sembra un controsenso) di inizio anno. In una tre giorni agatina targata 2026 che più di qualche spunto lo ha fornito. E non solo per i richiami chirurgici di monsignor Renna e gli orari di rientro ormai da guinness della festa. Quasi inevitabile, passare la palla (pardon, la parola) al primo cittadino del capoluogo etneo, Enrico Trantino.
Sindaco, partiamo dalla fine: al di là della possibile retorica di ogni anno, che festa di Sant’Agata è stata?
“Intensa e partecipata come non mai. Ma al contempo composta e ordinata. Grazie all’importante lavoro compiuto da questore, Comitato per le Festività, forze di polizia, volontari e dagli stessi cittadini. Quando le cose vanno bene, non è solo merito di chi stabilisce le regole, ma anche di chi le rispetta con senso civico e dimostrazione di maturità. Sono poi felice per l’importante lavoro compiuto dal Comune, stabilendo un nuovo record nella pulizia e riapertura delle strade interessate dalla Festa”.
Sugli orari dilatati, che sono oramai una abitudine, non si può davvero fare niente? E perché accade, secondo lei?
“Stando vicino al cordone in molti momenti della festa, mi sono accorto che aumenta esponenzialmente il numero di persone che desiderano stare assieme alla Santa, rendendo veramente difficile il cammino. Faccio fatica a credere che rispetto a una moltitudine di devoti che traina il fercolo, vi possa essere qualcuno realmente in grado di incidere sui tempi. Ciò non toglie che intendo confrontarmi con chi possa dare un contributo per capire meglio: se si può fare qualcosa, abbiamo il dovere di apportare i relativi correttivi, per consentire a quanta più gente di assistere al rientro in Cattedrale”.
Nel merito di questi giorni, c’è anche chi non ha risparmiato critiche sferzanti. Sappiamo che non le ha prese benissimo.
“Solo una mi ha amareggiato, per l’autorevolezza culturale che ho sempre riconosciuto a Francesco Merlo. È sgradevole quando qualcuno parla di qualcosa che non vede da anni e lo fa con la superbia intellettuale di chi sembra voglia farsi perdonare le origini catanesi. Sant’Agata è molto più e altro rispetto a quegli stereotipi che con supponenza sono stati raccontati. È amore, devozione, legame. Non carne di cavallo o scommesse”.
Sono fatti che possono intaccare la candidatura della festa di Sant’Agata a bene immateriale dell’Unesco?
“Se bastassero i punti di vista di qualcuno sarei preoccupato. Sono certo che le valutazioni del Ministero e della Commissione vengano compiute sulla base di elementi di giudizio più oggettivi”.
E c’è anche la candidatura a Capitale della cultura.
“Il 26 saremo a Roma per presentare il nostro dossier. Sarà un momento molto importante e stiamo scegliendo i testimonial che lo racconteranno. Sono sicuro sia uno dei più competitivi, anche perché elaborato con il contributo di numerose associazioni che l’hanno reso un progetto corale”.
Il pensiero in queste giornate è andato al recente passaggio del ciclone: quando e in che modo sarà possibile ricostruire il lungomare?
“Non indugeremo neanche un giorno, ma dovremo dimostrare di avere imparato la lezione. Prima vogliamo accertarci che non vi siano pericoli derivanti dalle caratteristiche geomorfologiche della costa. Ci stiamo facendo aiutare dall’Università di Catania per capire se ripristinare ciò che c’era prima o restituire alla natura parte della scogliera, ove ci fosse il timore di nuovi crolli in futuro nel caso di mareggiate altrettanto violente”.
Teme che possano esservi ritardi legati a intoppi o, peggio, all’immobilismo?
“Ritardi non ce ne saranno. Nel senso che agiremo subito, appena saremo certi di poterlo fare senza rischi”.
Resta di attualità anche la ricostruzione del teatro de Le Ciminiere dopo l’incendio del novembre scorso. C’è il rischio che quell’evento possa passare in secondo piano? Insomma ‘che possa attendere’?
“Assolutamente no. Su Le Ciminiere agisco come Sindaco Metropolitano con una struttura operativa e fonti di finanziamento autonomi rispetto al Comune. Abbiamo impresso una importante accelerazione e presto procederemo alla pubblicazione del bando per la progettazione. L’indirizzo politico che ho dato ai nostri bravissimi collaboratori, tanto al Comune quanto alla Città Metropolitana, massima efficienza, ma senza rinunciare alla qualità degli interventi”.
Le capita di confrontarsi con i sindaci delle altre Città metropolitane? Quali sono i problemi comuni?
“Ci confrontiamo frequentemente. Il problema principale riguarda la capacità di spese correnti con cui garantire le manutenzioni. Io mi sento in grande disagio per la condizione delle nostre strade cittadine; ma se non riceviamo il finanziamento che dovremmo ottenere dalla Regione – e solo per una parte dell’intera rete stradale di Catania – non saremo mai in grado di compiere una adeguata riqualificazione”.
Non si parla moltissimo di dispersione scolastica che diventa un fattore determinante nella crescita della città. Come ha agito finora la sua amministrazione?
“Siamo parte della rete tra istituzioni e associazioni che prova a arginare il fenomeno. Vi sono già dei miglioramenti, ma non sono sufficienti. Se con il decreto San Cristoforo abbiamo deciso di costruire una nuova sede della Dusmet Doria, è perché quella di via Plaja, nelle condizioni in cui si presenta, è una istigazione al disinteresse per la scuola. Come possiamo pretendere rispetto da chi non ne riceve? Un buon numero di scuole dovrebbe essere riqualificato. Anche per questo ne stiamo realizzando una nuova in via Villa Glori, ma il lavoro è lungo. Noi andiamo avanti come formiche, con grande laboriosità e senza troppo clamore”.
La sua amministrazione, nella prima parte del mandato, ha puntato molto sugli spazi urbani come la rimodulazione e creazione di parcheggi e l’individuazione di isole pedonali: è una scelta che – a suo avviso – sta ottenendo i risultati che si aspettava?
“Siamo molto al di sotto degli standard che io auspico. Una città che si è autogovernata per ottant’anni non può cambiare in due. Abbiamo ottenuto un importante finanziamento per un piano di mobilità sostenibile, su cui ci confronteremo per adottare un nuovo modello di città che punti a una drastica riduzione di auto private nell’area urbana, a meno che non siano a pieno carico”.
La modifica al regolamento sui rifiuti ha portato a quello che auspicava?
“Non come desideravo, anche perché non l’abbiamo pubblicizzato come avremmo dovuto. La sua piena applicazione, con gli obblighi che pone per i condomini, il divieto di conferire se non con carrellati o mastelli, dovrebbe consentirci di migliorare la situazione. Non dobbiamo però dimenticare che con una ventina di dirigenti facciamo quel che in passato veniva compiuto con oltre 150. È quindi fisiologico vi possano essere tempi meno rapidi di quanto io spererei”.
La scadenza di questo suo primo mandato è fissata per il 2028 ed ha già detto che auspica una sua ricandidatura: vede all’orizzonte possibili antagonisti, tanto all’interno del perimetro del centrodestra quanto tra le fila dell’attuale minoranza?
“Se qualcuno intende proporsi ha tutto il diritto di farlo. Per qual che mi riguarda, un programma non potrà mai essere realizzato in un solo mandato. Per questo desidero proseguire, e desistere solo se saranno gli elettori a stabilirlo”.
Per ultimo, Vannacci ha lasciato la Lega ed ha creato un suo partito: secondo lei che accade adesso nel centrodestra?
“Non penso vi saranno scossoni. Sono sempre esistite fronde e diaspore; ma la maggior parte si sono sciolte nel nulla. Non si possono costituire movimenti politici sulla base di una visione destruens, che contestualmente non ne abbia un construens percorribile. E non mi sembra vi siano spazi per proposte che non facciano già parte dei programmi dei partiti esistenti”.

