Una parola per lei

Una parola per lei

Una donna morta da sola in via Libertà. Nessuno l'ha accompagnata nel trapasso, nessuno l'ha assistito. Ora dobbiamo cercare di dire una parola per lei.

PALERMO– Una parola per lei, che non ha avuto niente, nemmeno una carezza di conforto, nel momento supremo del passaggio. Lei è morta qui – per quanto ne sappiamo –  in via Libertà, a Palermo. Qui, in questo brutto palazzone sorvegliato dalle videocamere, con cartelli di avvertimento ovunque. E’ trapassata, a sessantotto anni, e l’hanno trovata una settimana dopo. E’ stato un vicino a dare l’allarme. Non l’hanno vista più rientrare con i sacchetti della spesa. Il barbiere (per i maschi) e la spesa sono accessori necessari. La nostra vita è segnalata da una scatoletta di tonno in una busta di cellophane. Il periscopio di chi ti sta accanto non nota se sei triste, se sei felice, se hai il cuore integro, oppure sbriciolato. Siamo nel regno della merce. Se manca il Rio Mare all’osservazione quotidiana dei passi, si è autorizzati a schiacciare il pulsante rosso dell’emergenza. La cronaca ha sfiorato la tragedia domestica di una donna che muore abbandonata in casa. L’ha lambita e si è ritirata dal bagnasciuga, non lasciando niente, se non assenza.

Il civico numero… di via Libertà è un posto perfetto per morire senza nessuno a tenerti la mano. Somiglia a un ghetto metropolitano non dissimile dai padiglioni dello Zen. Le riserve indiane di periferia respirano a fatica confinate oltre la città delle famiglie più o meno abbienti. Questo palazzo brutto, con colori irredimibili, è rientrato, distante dalla strada, protetto da un cancello con il logo di una telecamera “per ragioni di sicurezza”. Non ci sono cognomi sul citofono, solo numeri. Puoi accedere se conosci la destinazione, altrimenti troverai una siepe irta di spine, un ponte levatoio. Dopo il cancello c’è una viuzza grigia che conduce al portone. I colori, dunque. Una tonalità fredda, tendente al salmonato con screzi di venature improbabili. Anche i balconi sono muti. Da una ringhiera si sporge uno zerbino steso. Pochissime piante, con le foglie di un verde pallido. Un lampo di qualcosa che parrebbe un triciclo.

Caserme del genere saranno frequentate sicuramente da persone squisite con un nobile sentimento del gusto e del decoro. Spalancheranno, agli sguardi degli ammessi, tesori di arredamenti interni, raffinatezze di suppellettili e soprammobili. Visitate da fuori condensano il sarcasmo di quel cittadino illustre che squarciò la tela con l’acume di un motto impagabile: “Io non sto a Palermo, sto a casa mia”. Tutti stiamo a casa nostra. E ci preoccupiamo di fornire all’occhio il nutrimento di dimore accoglienti, per noi e per gli altri. Vogliamo abitare in un contesto grazioso, se non regale. Facciamo in modo che in ogni stanza ci sia una cuccia per gli uomini e per il cane. Osserviamo con angoscia la polvere che si posa sugli scaffali. Ma la città l’abbiamo abbandonata al suo destino, allo sfacelo di un’architettura che offende. Così, l’unica preoccupazione è rincasare in fretta e sbattere l’orrore fuori dalla porta con una doppia mandata.

Poi, la sera, sbirceremo l’oblò della connessione su facebook, la nostra dreamville di persone e parole che non esistono. Scriveremo che abbiamo cucinato la torta, che siamo malinconici o allegri e – chissà perché – avremo voglia di una spiaggia e di un mare da bambini, con i nonni.
Mia nonna, per esempio, stava in una piccola casetta al primo piano, calda dentro e fuori. Quando decido di essere felice, penso ai suoi gerani luminosi sul balcone.

Ma ora cade il momento giusto per dire una parola per lei. Una parola vera, a cui rimangano aggrappate le voci di persone vere. Per questo scrivo di lei, per questo penso a lei, per questo l’ho salutata con le spalle rivolte al palazzone che l’ha vista morire e non vivere, sulla via del ritorno. Buttiamo via il sacchetto della spesa. Troviamoci, prima che sia tardi. E che sul bagnasciuga, al ritirarsi dell’onda, resti almeno un pezzetto di conchiglia.

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