Una pastorale antimafia

Una pastorale antimafia

di VINCENZO CERUSO La recente iniziativa del vescovo di Mileto, in Calabria, che ha ordinato di estromettere quanti fossero contigui alle cosche dalla tradizionale processione per le festività pasquali, ha riproposto l’interrogativo sulla necessità di una pastorale antimafia.
L\\\'altare e cosa nostra
di
5 min di lettura

di VINCENZO CERUSO La recente iniziativa del vescovo di Mileto, in Calabria, che ha ordinato di estromettere quanti fossero contigui alle cosche dalla tradizionale processione per le festività pasquali, ha riproposto l’interrogativo sulla necessità di una pastorale antimafia. Ce lo poniamo a partire dalle parole di un magistrato, martire per la giustizia in Sicilia: “In ogni paese, per quanto piccolo, può non esserci la caserma, ma in ogni paese c’è la parrocchia!”.
Questa frase di Paolo Borsellino, riferita dalla sorella Rita, è utile per capire l’importanza che il coraggioso magistrato attribuiva alla chiesa nella lotta alla mafia. Su questo fronte, la situazione è radicalmente diversa rispetto ad alcuni decenni fa. L‘ultimo documento dei vescovi italiani, “Per un paese solidale”, Chiesa italiana e Mezzogiorno, offre una descrizione terrificante della condizione meridionale: “il controllo malavitoso del territorio porta di fatto a una forte limitazione, se non addirittura all’esautoramento, dell’autorità dello Stato e degli enti pubblici, favorendo l’incremento della corruzione, della collusione e della concussione, alterando il mercato del lavoro, manipolando gli appalti, interferendo nelle scelte urbanistiche e nel sistema delle autorizzazioni e concessioni, contaminando così l’intero territorio nazionale”. Troviamo inoltre nel testo un linguaggio inusuale per gli alti prelati, in passaggi che ricordano le analisi di Roberto Saviano, con la descrizione di una mafia che si è infiltrata in profondità nell’economia, “mutuando tecniche e metodi del capitalismo più avanzato”. Queste parole non nascono dal nulla, ma dall’eredità di martiri quali padre Pino Puglisi, don Peppino Diana, Rosario Livatino e lo stesso Borsellino, ma vanno accostate a comportamenti non sempre conseguenti sul territorio. Per citare ancora le parole dei vescovi, “Si deve riconoscere che le Chiese debbono ancora recepire sino in fondo la lezione profetica di Giovanni Paolo II e l’esempio dei testimoni morti per la giustizia”.
Insomma, com’è ovvio, non mancano le ombre accanto alle luci. Il primo nodo è quello di una convivenza tra fedeli e (fedeli) mafiosi nello stesso perimetro ecclesiale.
Alla fine degli anni Novanta Giovanni Brusca, capomafia di San Giuseppe Jato divenuto collaboratore di giustizia, fece il nome di un importante dirigente regionale in un’aula giudiziaria, indicandolo come amico del fratello Emanuele, anche lui condannato per associazione mafiosa. Intervistato all’epoca, il funzionario aveva spiegato di conoscere Emanuele Brusca dai tempi dell’Azione Cattolica. Il super burocrate, la cui foto è emersa di recente tra le carte sequestrate al boss Mimmo Raccuglia, non ha commesso tuttora nulla di male e non risultano indagini sul suo conto. L’aspetto interessante è un altro. La sua piccola vicenda ci aiuta a comprendere una cosa essenziale: chiese e dintorni sono stati uno dei  luoghi della società civile in cui si sono incrociati i percorsi esistenziali dei mafiosi e di quanti sono esterni all’organizzazione. Come si spiega questo? Innanzi tutto, a mio parere, con la natura stessa della mafia. Cosa nostra è una società segreta di un genere molto particolare, perché è radicata sul territorio, ha bisogno di trasmettere un’autorità, ha molto a cuore il nodo del consenso. Per tutti questi motivi, l’affiliato alla mafia è un criminale speciale. Potremmo dire che il mafioso è speciale in quanto è un uomo comune. Non è un deviante né, tanto meno, un emarginato nella società in cui vive. Anzi, ha bisogno come l’aria di essere presente nei luoghi in cui la società civile si esprime. In Sicilia, gli spazi ecclesiali – sagrestie, chiese, sedi di associazioni e confraternite ecc ecc – hanno rappresentato, direi  quasi naturalmente, uno dei luoghi principali in cui questo è avvenuto e in cui i mafiosi hanno accumulato il loro capitale sociale.
Il secondo nodo consiste nella strumentalizzazione mafiosa dei sacramenti, col fine di manifestare in maniera pubblica la propria autorità, al di là dei ristretti confini dell’onorata società. Sappiamo, da fonti giudiziarie e orali, che questo modus operandi non è il retaggio di una società arcaica e arretrata. Ancora oggi i cosiddetti uomini d’onore vivono la loro religiosità come ulteriore manifestazione della propria signoria territoriale, per evidenziare la continuità nella trasmissione di un dominio secolare. In tempi recentissimi, ciò è avvenuto per un Salvatore Lo Piccolo che, per confermarne il potere, faceva da padrino di cresima al capomafia di Carini, come  ha raccontato Salvo Palazzolo; è avvenuto per i Caruana, nel piccolo centro di Siculiana, nell’agrigentino, in cui tanti facevano la fila per chiedere di poter avere come padrino di cresima un rappresentante dell’influente famiglia di narcotrafficanti. Di fronte a queste strategie, volte a perpetuare l’egemonia mafiosa, quali scelte, tra le altre, è chiamata a compiere la chiesa? Una moda alquanto stantia consiste nel contrapporre vertici ecclesiastici e chiesa di base. Si tratta di una rappresentazione semplicistica, che non tiene conto della complessità della realtà cattolica. Quel che è certo è che, al di là dei giudizi sull’azione dei singoli parroci, occorrerebbero linee guida coerenti ed univoche rivolte ai sacerdoti dai vertici della comunità ecclesiale. Un uomo che sia stato indicato, in sentenze penali divenute definitive, quale appartenente alla mafia, non deve poter avere la possibilità di utilizzare alcun paravento cattolico per i propri scopi. Questo significa, concretamente, emanare alcune direttive ben precise: gli affiliati al tenebroso sodalizio non devono poter svolgere alcun ruolo nelle iniziative delle aggregazioni laicali; inoltre, dev’essere loro vietato di accompagnare i fedeli lungo il cammino sacramentale, nel ruolo di padrini o quant’altro. Un’ulteriore riflessione andrebbe fatta sul divieto di accedere ai sacramenti. Occorre insomma una presa di posizione che non sia solamente l’iniziativa del singolo parroco o del vescovo illuminato, ma che nasca da una decisione della chiesa nella sua totalità, capace di esprimere un’organica pastorale antimafia.

Partecipa al dibattito: commenta questo articolo

Segui LiveSicilia sui social


Ricevi le nostre ultime notizie da Google News: clicca su SEGUICI, poi nella nuova schermata clicca sul pulsante con la stella!
SEGUICI