Vannacci? Nessuna alleanza

Vannacci, nessuna alleanza è possibile

Romano
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La riflessione sul centrodestra

La pubblicazione della prima parte della base ideologica e programmatica di Futuro Nazionale impone una riflessione che conviene tenere su due piani distinti, per non confonderli. Vi è la valutazione politica, che riguarda le alleanze e le culture di riferimento.

E vi è la valutazione giuridica, che riguarda invece i limiti che l’ordinamento pone a qualunque forza si presenti agli elettori. Il dibattito di questi giorni tende a sovrapporre le due dimensioni, con il risultato di indebolire l’una e l’altra. Chi vorrebbe risolvere sul terreno del codice penale un problema che è anzitutto politico finisce per offrire all’avversario la parte che cerca. Chi invece liquida ogni questione di legittimità come pretestuosa dimentica che la Repubblica ha dei fondamenti scritti, e che quei fondamenti non sono negoziabili.

Dichiaro subito la mia collocazione, perché sarebbe disonesto ragionare sul diritto fingendo una neutralità che sul piano politico non ho. Per un centrodestra moderno, moderato, atlantista e liberale quella cultura non è alleabile. Non lo è per il modo in cui intende l’Europa e il legame atlantico, e per il modo in cui concepisce il pluralismo e il confronto tra avversari legittimi. Su questo la mia posizione è negativa e non ammette sfumature. Ma proprio perché è una posizione politica, va difesa con argomenti politici, e non travestita da imputazione.

Veniamo allora ai paletti, che vanno enunciati con freddezza. Il primo è la dodicesima disposizione transitoria e finale della Costituzione, che vieta la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista. Non è una norma simbolica ma una regola cogente, posta dai costituenti a presidio della forma repubblicana.

Da essa discende la legge Scelba del 1952, che all’articolo 1 punisce la ricostituzione e all’articolo 4 l’apologia. A questa si affianca la legge Mancino del 1993, che sanziona i gesti e la propaganda fondati sull’odio razziale o religioso, materia concettualmente diversa dal fascismo storico e oggi confluita nell’articolo 604-bis del codice penale.

Enunciati i confini, occorre dire con altrettanta freddezza dove passa la linea che la giurisprudenza vi ha tracciato. La Corte di Cassazione, nell’interpretare l’apologia, non si accontenta della nostalgia né della provocazione. Richiede un pericolo concreto di riorganizzazione del disciolto partito, cioè un’attitudine reale della condotta a ricreare la struttura vietata, come è avvenuto nelle pronunce che hanno valorizzato l’idoneità di simboli e volantini a fare proseliti.

La manifestazione di un pensiero, per quanto sgradevole, resta al di qua della soglia finché non assume quella capacità operativa. È un limite alto, e non per caso, perché il diritto penale in una democrazia liberale colpisce i fatti e non le idee.

Applicato al documento reso noto l’undici agosto, questo metro conduce a una conclusione che va detta con nettezza, sebbene non piaccia. Il testo si presenta come forza patriottica e identitaria di tradizione romana e cristiana, e articola i suoi pilastri su economia, immigrazione, sicurezza ed energia.

Non contiene, in ciò che è stato pubblicato, l’esaltazione esplicita del regime o dei suoi metodi che le norme richiedono, e anzi rivendica il principio secondo cui le idee non si processano, opponendosi ai reati d’opinione. È una blindatura costruita con avvertenza, che rende la strada penale, sul versante della ricostituzione, tanto angusta quanto probabilmente sterile.

Il fronte semmai più esposto è quello dell’odio razziale, dove alcune formule programmatiche potrebbero misurarsi con l’articolo 604-bis, ma si tratta di verifica da condurre sui fatti e sul testo integrale, e non di un giudizio che possa anticiparsi.

Da qui la ragione per cui insisto sulla distinzione con cui ho aperto. I paletti dell’ordinamento sono un pavimento, non un soffitto. Segnano la soglia oltre la quale una forza politica è illegittima, ma non definiscono affatto ciò che rende una forza un possibile alleato. Un partito può collocarsi perfettamente entro i confini della legge e restare del tutto incompatibile con una prospettiva di governo europeista e liberale.

Confondere i due piani produce due errori speculari. Il primo attende dalla magistratura la soluzione di un problema che appartiene alla politica e alle urne. Il secondo scambia la mera legalità per una patente di affidabilità, come se il non essere perseguibili bastasse a essere frequentabili.

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La responsabilità di un centrodestra di governo sta esattamente in questo discrimine. Riconoscere che l’ordinamento ha i suoi presidi, e lasciarli operare senza strumentalizzazioni, appartiene al rispetto delle istituzioni. Affermare che quella cultura non fa parte del nostro campo, e dirlo con la chiarezza di un argomento politico e non con la scorciatoia di una denuncia, appartiene invece alla nostra responsabilità di indirizzo. La prima cosa la garantisce la Repubblica. La seconda tocca a noi, e non è delegabile a nessun tribunale.

Saverio Romano, coordinatore politico di Noi Moderati

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