Viaggi, boutique e compensi super| Caseificio Puccio, soldi ‘dissipati’

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12 Febbraio 2019, 17:46

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PALERMO – C’è un verbo che si ripete negli atti dell’inchiesta sulla bancarotta del caseificio Puccio ed è “dissipare”. Secondo la ricostruzione del pubblico ministero Andrea Fusco, accolta dal giudice per le indagini preliminari Maria Teresa Moretti, i vertici della società, poco prima che venisse dichiarata fallita, l’avrebbero svuotata trasferendo beni e titoli per 9 nove milioni di euro dalla Puccio srl (amministrata da Caterina Di Maggio) alla Alimentare Latte Puccio srl (amministrata da Giuseppe Valguarnera, marito in seconde nozze della donna).

Da qui l’accusa di bancarotta fraudolenta. I coniugi sono finiti ai domiciliari, mentre sono solo indagati i figli, Vincenzo e Baldassare Puccio.

Scorrendo le cifre, spuntano il milione 108 mila euro che Caterina Di Maggio si sarebbe assegnata per la sua attività di amministratore. Gli investigatori del nucleo di polizia economica-finanziaria bollano la somma come “non congrua”. Si è passati da un compenso di 3.850 euro lordi al mese fino al 2009, a 16 mila nei due anni successivi, fino a toccare quota 36 mila euro nel 2012 e 2013.

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E poi ci sono quasi quattro milioni di euro di crediti che la ditta fallita avrebbe potuto richiedere ma non lo ha fatto alle altre società della famiglia Puccio. Si tratta di una serie di operazioni che fecero cambiare idea al Tribunale. Dopo l’iniziale via libera al concordato preventivo fu dichiarato il fallimento e arrivò il licenziamento dei dipendenti. Nel frattempo, però, era stata costituita la nuova società sulle ceneri della vecchia, capace di farsi largo nel mercato della trasformazione del latte. Fondata nel 1991 la Puccio srl di Capaci aveva raggiunto un fatturato di 25 milioni di euro all’anno sviluppando una rete commerciale in Germania, Francia, Spagna, Svezia, Russia e Malta.

Sotto la lente di ingrandimento dei finanzieri sono finiti anche gli estratti conto delle carte di credito aziendali. Nel 2012 e 2013 sono stati spesi circa 160 mila euro in “boutique, ristoranti, viaggi e alberghi non inerenti l’attività di impresa”.  Una parte dei crediti secondo l’accusa, sarebbe finita nella casse della Portos srl di Catania, il cui socio unico è Atos Finance con sede legale in Svizzera. La Portos è amministrata da Charles Joseph, Jacques Ceriani. Si tratta di un capitolo investigativo ancora da sviluppare.

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12 Febbraio 2019, 17:46

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