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Mori, deporrà l'ex ministro Scotti
Venerdì 09 Dicembre 2011 12:54
Accogliendo la richiesta della Procura di Palermo i giudici della quarta sezione del tribunale hanno citato l'ex ministro dell'Interno Vincenzo Scotti a deporre nel processo per favoreggiamento alla mafia in cui sono imputati l'ex generale dei carabinieri Mario Mori (nella foto) e il colonnello dell'arma Mauro Obinu. Scotti, alla guida del Viminale dal '90 alla fine di giugno del '92, è stato sentito, nei giorni scorsi, dal Pm di Palermo che indagano sulla presunta trattativa tra mafia e Stato che, secondo le tesi dell'accusa, avrebbe visto tra i protagonisti l'allora vice capo del Ros Mario Mori. Scotti dovrà riferire su quanto disse, il 20 marzo del '92, alla commissione affari costituzionali circa un allarme attentati e un piano di destabilizzazione della criminalità organizzata che avrebbe dovuto colpire politici come il democristiano Calogero Mannino. Nella ricostruzione dei Pm l'allarme attentati lanciato da Scotti e "snobbato" da altri esponenti istituzionali, sarebbe stato uno dei possibili moventi della trattativa che avrebbe visto lo Stato venire a patti con Cosa nostra per arginare la strategia stragista. L'ex ministro verrà interrogato anche sulle ragioni che avrebbero indotto l'allora presidente del consiglio Giuliano Amato a non confermargli l'incarico al Viminale che venne poi dato a Nicola Mancino. Il tribunale ha anche ammesso la deposizione dell'ex dirigente dell'ufficio detenuti del Dap Sebastiano Ardita che dovrà testimoniare sulle vicende relative alla decisione, presa dall'ex ministro della giustizia Conso e caldeggiata dal dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, di non rinnovare il carcere duro a oltre 300 capimafia. Ardita verrà sentito il 23 dicembre. Ancora non è stata fissata, invece, l'audizione di Scotti.
Rischio allungamento
Rischiano di allungarsi a dismisura i tempi del processo al generale dei carabinieri Mario Mori accusato a Palermo di favoreggiamento mafioso. La nuova contestazione, fatta all'imputato dalla procura alla scorsa udienza, dell'aggravante della trattativa, definita peraltro, "indeterminata" dalla difesa, ha indotto il legale del generale, l'avvocato Basilio Milio, a chiedere la citazione al processo di oltre 20 nuovi testi. Sul banco dell'aula della quarta sezione dovrebbero, qualora il tribunale accogliesse l'istanza, salire i vertici istituzionali e investigativi degli anni delle stragi mafiose: dall'allora capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro, agli ex ministri della Giustizia e dell'Interno Giovanni Conso e Nicola Mancino, all'ex capo del Governo Giuliano Amato e al capo del Dap Adalberto Capriotti, oltre ai principali esponenti dell'Arma dell'epoca e ai magistrati Giancarlo Caselli e Vittorio Aliquo". Sulla richiesta, su cui dovrà esprimere il parere la Procura, il tribunale si è riservato.
(Fonte ANSA)
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Mi auguro che a Vincenzo Scotti, in aula, vengano poste delle domande anche su queste altre sue dichiarazioni dello stesso periodo, anzi, del giugno 92. In esse infatti egli pare pensare a tutto meno che ad una trattativa dello stato italiano con la mafia, come movente delle stragi:
Repubblica — 19 giugno 1992 pagina 20 sezione: CRONACA
PER L' ASSASSINIO DI FALCONE ANCHE UNA PISTA ESTERA
ROMA - La decisione di uccidere Giovanni Falcone e l' organizzazione dell' attentato "non sono stati soltanto opera della mafia siciliana". Lo ha affermato il ministro dell' Interno Vincenzo Scotti in una colazione offertagli dall' associazione della stampa estera in Italia. Secondo quanto riferito da uno dei partecipanti - il direttore della Efe di Roma, Nemesio Rodriguez, in una lunga nota dell' agenzia spagnola - Scotti si è detto convinto che "l' assassinio di Falcone è un delitto chiaramente commesso dalla mafia, che va molto al di là dei confini nazionali. (…) la mafia non può essere considerata, come ha fatto la stampa straniera nei giorni della strage, soltanto un problema italiano E' invece un problema internazionale perché internazionali sono i rapporti di Cosa Nostra, internazionali i suoi interessi e complicità, su scala internazionale le sue operazioni di riciclaggio. E' questo il ragionamento che ho proposto ai corrispondenti stranieri. Proprio per questo le indagini non possono chiudersi soltanto a Palermo. Abbiamo il dovere di prendere in considerazione qualsiasi pista e orizzonte investigativo". "La decisione e l' organizzazione dell' attentato - aveva scritto la Efe riferendo le parole di Scotti - non furono effettuate unicamente a Palermo, ma è stata una operazione messa in atto dalla mafia siciliana e dalle organizzazioni criminali di altri Paesi: non esistono al mondo molti in grado di organizzare questo tipo di attentato. Il tipo di delitto, le modalità di realizzazione, la scelta dei tempi - aveva aggiunto Scotti, sempre secondo il giornalista della Efe - non consentono di limitare tutto ciò ad un caso esclusivamente palermitano. Gli interessi della mafia sono troppo grandi".