C’è un modo di raccontare la Sicilia che non vorrei, sanità che arranca, infrastrutture incomplete, giovani che partono, treni che non arrivano e oggi direi anche aerei che non decollano.
Argomenti di cui tanto si parla e si scrive, non a torto.
Autonomia
La Sicilia che non vorrei non è fatta solo da ciò che manca è fatta soprattutto da un equivoco che dura da 80 anni: l’idea che l’autonomia siciliana sia un privilegio da giustificare anziché uno strumento da utilizzare. La Sicilia che non vorrei è quella in cui l’autonomia – quella stessa ottenuta nel lontano 1946 grazie ad uno Statuto Speciale, il nostro Statuto, che sulla carta ha affidato alla nostra isola competenze esclusive su industria, commercio, turismo, lavori pubblici, agricoltura, trasporti e strumenti fiscali – è disapplicata, articolo dopo articolo decenni dopo decenni sino a giungere ai giorni nostri. È quella che si nomina tanto ma non viene applicata.
Sanità
La Sicilia che non vorrei non è solo quella delle liste d’attesa ma anche quella in cui sanità territoriale, case di cura, medici di base, prevenzione nei piccoli centri è solo un capitolo scritto ma mai tradotto in presidi funzionanti, in sanità di prossimità, in personale stabile.
Giovani
La Sicilia che non vorrei non è solo quella dei giovani che partono ma anche di quelli che restano o ritornano e non trovano spazio nelle realtà pubbliche e/o private che reggono il territorio. Non bastano gli incentivi per rientrare bisogna aprire le porte realmente in tutti i settori a chi trent’anni li ha adesso e non a chi li aveva trent’anni fa.
Infrastrutture e trasporti
La Sicilia che non vorrei non è solo la Sicilia del Ponte mai realizzato è anche quella di tutte le “piccole” infrastrutture incomplete, è quella dei collegamenti ferroviari rimasti fermi a decenni fa, è quella della doppia insularità delle isole minori isolate dalla Sicilia e della Sicilia isolata dal continente; la Sicilia che non vorrei è fatta da infrastrutture fragili come ci testimonia la fotografia recente con lo scalo di Fontanarossa bloccato dalle ceneri dell’ Etna, centinaia di voli cancellati, dirottati a Palermo, Trapani e Comiso, passeggeri bloccati a ferragosto, famiglie che dormono sui nastri dei bagagli in attesa di notizie, non un episodio isolato ma la conferma di un limite strutturale che si conosce da decenni e che è stato sempre rinviato.
Spopolamento territoriale
La Sicilia che non vorrei non è solo quella che si spopola di giovani ma anche quella del nostro entroterra che piano piano si sta spopolando – scuole che chiudono per mancanza di iscritti, servizi essenziali privilegio solo di chi vive nei e accanto ai capoluoghi.
Una grande Sicilia
La Sicilia che non vorrei è quella della rassegnazione che pretende per sé strumenti che ha già, sia da statuto che da leggi, che subisce la partita del federalismo e delle grandi opere senza alcuna rivendicazione, subendola passivamente.
Quello che vorrei è una Grande Sicilia, organizzata e pronta per le prossime sfide; una autonomia vera e non esercitata.
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Da Catania, dal movimento per le autonomie continueremo a chiedere questa autonomia non come slogan ma come pratica quotidiana di amministrazione nei comuni nei territori nelle isole minori.
Pina Alberghina coordinatrice Mpa Catania




