Ma cos’è questo “woke”? Se lo chiedono in molti, specialmente da quando il termine riempie quasi quotidianamente il dibattito pubblico. Parola inglese che significa “sveglio” è nata negli ambienti afroamericani per indicare la consapevolezza delle ingiustizie sociali e razziali.
Oggi descrive, non di rado in senso polemico, l’attenzione a discriminazioni di genere, orientamento sessuale, razzismo e linguaggio inclusivo. Per i sostenitori è sensibilità civile; per i critici sinonimo di eccessi del politicamente corretto e conformismo ideologico.
Mentre a Roma si discute se la “cultura woke” debba restare l’ossatura della sinistra – forse dimenticando che i reali problemi sono ben altri – in Sicilia la questione risuona in modo particolare.
Il confronto è ripartito di recente. Giuseppe Conte ha dubitato che possa costituire il fondamento di una forza progressista, privilegiando lavoro, salari e disuguaglianze. Matteo Renzi ha parlato di “ubriacatura woke”. La sinistra si divide tra chi teme che l’attenzione alle identità abbia oscurato i temi materiali e chi ritiene, come il sottoscritto, diritti civili e giustizia sociale inseparabili.
Dalla Sicilia lo sguardo è diverso. L’Isola porta una storia di convivenze e fratture, di orgoglio identitario e ritardi strutturali. Palermo si racconta come “mosaico”, aperta e plurale, al contempo imperano caoticità e ostilità alle regole. Chi teme il “woke” vede un rischio di frammentazione; chi lo difende ricorda che discriminazioni e stereotipi non sono inventati.
Qui le “emergenze” pesano più delle etichette: lunghe liste d’attesa, acqua che si disperde, autostrade solo di nome, una mafia sempre minacciosa, politica e istituzioni lontane dal sentimento comune, giovani in fuga, territori fragili.
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Discettare di identità o linguaggio inclusivo senza affrontare lavoro, casa e servizi è, sostanzialmente, inutile e velleitario. Il rischio è doppio: che la sinistra perda il contatto con chi chiede salari e diritti sociali prima delle simbologie o che si butti via, insieme agli eccessi, anche l’attenzione a chi subisce ancora esclusione.
La Sicilia, ma dovrebbero cambiare certa mentalità fatalista e un determinato opportunismo di maniera, potrebbe essere un laboratorio utile promuovendo meno appariscenza e più capacità di tenere insieme pane e diritti, identità e giustizia sociale. Dalla Trinacria la richiesta più chiara è la seguente: meno ideologia astratta e risposte ai bisogni reali. Senza rinunciare a guardare in faccia le discriminazioni. Perché le due cose non sono mai state davvero separabili.




