CATANIA – L’ultima sparatoria, dalle parti di San Cristoforo, ha rotto un silenzio che era durato oltre due settimane. Prima di ieri, e dei sei colpi di armi da fuoco esplosi contro la vetrina di un panificio di via Plebiscito, l’ultimo episodio risaliva al 24 ottobre.
Il titolare ha trovato 6 fori di proiettile. La polizia ha rinvenuto 2 bossoli e un proiettile inesploso calibro 9. Il mese scorso era toccato a un ristorante del quartiere Antico Corso. Poi le sparatorie si erano fermate, per la reazione delle forze dell’ordine. Poliziotti, carabinieri, finanzieri, ,hanno organizzato una raffica di servizi a Librino, a San Cristoforo e nelle principali zone dove sono avvenute le sparatorie.
L’omicidio di Santo Re
Quando a settembre venne a Catania la commissione parlamentare antimafia stimò, nel solo mese di agosto, che nelle strade della città fossero stati rinvenuti ben 146 bossoli e proiettili. Si contavano 12 sparatorie in tre mesi. E un episodio tragico, ovvero l’uccisione, per opera di un posteggiatore abusivo, del 31enne Santo Re. Una tragedia secondo alcuni in qualche modo annunciata.
Da quel momento tutti i servizi delle forze dell’ordine sono stati amplificati. E i nodi sono venuti al pettine in pochissimo tempo. In due giorni i carabinieri e la Guardia di Finanza hanno arrestato due persone, un 18enne e un uomo già noto alle forze dell’ordine, sempre a San Cristoforo. Il primo aveva una pistola e della droga nel retrobottega di un esercizio commerciale. Il secondo una pistola calibro 9 carica e funzionante.
Da San Cristoforo a San Cristoforo
Dopo mesi di braccio di ferro tra i clan, che – secondo gli investigatori – si fanno la guerra per il controllo delle remunerative piazze di spaccio di Catania, finalmente chi ha mostrato i muscoli è lo Stato. Questo ha costretto i clan a una ‘tregua’.
Dal 24 ottobre, come detto, non si sparava. Poi, in una sorta di paradossale gioco dell’oca, si è ritornati da San Cristoforo a San Cristoforo. È quella la zona più calda e problematica. È lì che si spara, perché è lì che il business della droga – principalmente, ma non solo, cocaina, marijuana e crack – non può essere ceduto da un clan all’altro.
L’audizione di un mese fa: “lo “Stato è compatto”
Sulla sparatoria di ieri notte indaga la squadra mobile di Catania. Ma a procedere in queste settimane sono state, in varie fasi, tutte le forze dell’ordine. Le inchieste sono coordinate dalla Dda di Catania. E il procuratore Curcio, un mese fa, ha sottolineato che “tutte le piste sono sul tavolo”. La “più verosimile – ha detto – è che si tratti di uno scontro finalizzato al controllo del territorio dove si fanno le attività criminali più lucrose, fra cui la vendita di sostanze stupefacenti”.
Era stato lo stesso Curcio ad affermare l’importanza della presenza delle istituzioni. “Non siamo preoccupati – aveva sottolineato – perché lo Stato è unito e compatto: si lavora in coordinamento con Prefettura, polizia, carabinieri e guardia di finanza”.
Il timore di una nuova escalation
Nessuno, ovviamente, lo dice, ma il timore è che l’episodio di ieri notte possa aprire una nuova escalation. Le vittime, ieri come nella stragrande maggioranza dei casi, non sono i titolari degli esercizi, ma quei luoghi vengono scelti con una precisione chirurgica per lanciare dei segnali.
Il segnale più preoccupante, ovviamente, è il rischio che la rottura del silenzio, avvenuta in maniera eclatante ieri notte, possa preludere ad una nuova escalation.

