"Separazione delle carriere falso problema, perché voteremo No"

“La separazione delle carriere è un falso problema, perché voteremo No”

Intervista a Carlo Salvatore Hamel, presidente della Anm di Palermo.
VERSO IL REFERENDUM
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5 min di lettura

PALERMO – “La separazione delle carriere è un falso problema”, dice Carlo Salvatore Hamel, presidente della giunta della Anm di Palermo. L’Associazione magistrati non ha dubbi: bisogna votare No al referendum.

Perché un cittadino dovrebbe votare no?
“Questa riforma non risolve nessuno dei problemi della giustizia: non incide sulla durata dei processi, non risolve le carenze di magistrati e di personale amministrativo negli uffici giudiziari, non si occupa del sovraffollamento delle carceri, non migliora l’edilizia giudiziaria, non garantisce un miglior servizio giustizia per il cittadino. Di contro, incide drasticamente sulla spesa pubblica: la duplicazione del Csm e la creazione dell’Alta Corte avrà un costo stimato di 114 milioni il primo anno, di 100 milioni l’anno circa a regime (per un riferimento “Quanto costerebbe non dire NO? Il costo della riforma costituzionale” Giuseppe Arbia, Giustizia Insieme). La riforma è inutile e dannosa: non è solo separazione delle carriere, ma colpisce il Csm, indebolendolo col sorteggio e sottraendo al Consiglio il potere disciplinare, mettendo a rischio l’indipendenza e autonomia della magistratura”.

Qual è l’aspetto che la preoccupa di più della separazione?
“La separazione è un falso problema, perché di fatto la separazione delle funzioni c’è già. Il passaggio da giudice a Pm – e viceversa – riguarda meno dell’1% dei magistrati ed è spesso legato a esigenze di riavvicinamento. Si pensi al giovane magistrato di prima nomina, assegnato a una sede geograficamente lontana dalla propria famiglia che, pur di riavvicinarsi, accetta anche il cambio funzioni, in base ai posti disponibili. Sono previsti dei limiti stringenti per il settore penale: è necessario cambiare regione e si può fare ormai una sola volta in carriera. Per un problema che non c’è si propone di spaccare la magistratura, ed in particolare il Consiglio superiore. Così si rischia di renderla permeabile a pressioni esterne, anche da parte della politica (indipendentemente di destra o di sinistra). Ancora, il Pm sottratto alla magistratura unita potrebbe diventare un inquisitore, un avvocato dell’accusa, intento solo a ottenere condanne nel processo, mentre ora è la prima garanzia dell’indagato e imputato”.

Cosa cambierebbe in concreto per il pm e per il giudice?
“Questo è uno dei problemi della riforma: non si sa nulla sulle modalità attuative concrete, che saranno oggetto di legge ordinaria. Sarà affidata alla legge ordinaria la disciplina sull’accesso in magistratura, sulla formazione dei magistrati, sulle valutazioni di professionalità, incarichi direttivi, procedimento disciplinare in concreto. È una riforma “al buio” per questi aspetti, fondamentali per il percorso professionale del magistrato.

Come si concretizzerebbe il pericolo di assoggettamento del pm al potere politico?
“È stato lo stesso ministro Nordio a dichiarare che questa riforma gioverebbe anche all’opposizione nel momento in cui andassero al governo. Ha ribadito questo principio anche nel suo libro, da poco uscito, per cui la riforma garantirebbe la ‘libertà di azione’ della politica. D’altronde, un Csm spaccato e indebolito dai metodi di selezione dei componenti, differenti tra togati e nominati dalla politica, potrebbe lasciare spazio all’esecutivo. E non è vero che per condizionare l’agire del Pm rispetto alla volontà delle maggioranze sarebbe necessaria un’altra riforma Costituzionale. Alcuni meccanismi di condizionamento potrebbero essere introdotti anche con legge ordinaria, ad esempio con la leva dei criteri di priorità sui reati da perseguire”.

Ventilate pericoli per la tenuta costituzionale. Eccessivo allarmismo?
“Al di là delle formule e delle espressioni usate, un tema c’è. Sicuramente la riforma, indebolendo l’organo di autogoverno della magistratura, può incidere sull’equilibrio dei poteri. Il cuore della riforma è proprio il Csm che Enrico Grosso, il presidente del Comitato per il NO al referendum costituzionale promosso dall’Anm, definisce ‘l’organo di difesa attiva della magistratura’. Toccando l’autogoverno si mette a rischio l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, che è presidio di legalità e di tutela dei diritti di tutti, anche nei confronti del potere politico”.

Il sorteggio non è garanzia di trasparenza?
“Esattamente il contrario. Il metodo democratico nella scelta dei consiglieri è quello che garantisce trasparenza e rappresentatività. Dei candidati al Csm si conosce storia personale, attività professionale, profilo istituzionale. Così si scelgono persone con competenze organizzative e ordinamentali, che sono fondamentali per svolgere le funzioni di Consigliere superiore. Si tratta di compiti molto diversi dall’esercizio della giurisdizione, che compete a tutti i magistrati. Dei sorteggiati non si conosceranno capacità e idee. Il rischio è quello di designare componenti che non abbiano le competenze e l’esperienza per svolgere quelle funzioni. Così avranno un ruolo più rilevante all’interno del Consiglio i consiglieri di nomina politica, per i quali sarà previsto un sorteggio soltanto ‘temperato’: la lista dei soggetti da sorteggiare sarà, comunque, scelta dalla maggioranza di turno”.

I cittadini hanno ben chiaro il tema del referendum?
“L’esigenza di informare sta alla base dell’istituzione del Comitato per il NO promosso dall’Anm, per portare a una scelta referendaria consapevole. Per questo, anche nel nostro distretto stanno partendo diverse iniziative. Il 20 gennaio a Palermo al Rouge et noir si terrà un’assemblea aperta del comitato alla cittadinanza, con la partecipazione e l’intervento di numerosi esponenti dell’accademia, dell’avvocatura e della società civile. Il 23 gennaio si terrà poi un incontro aperto con il Comitato ad Agrigento, al Teatro della Posta Vecchia. Saranno tante le iniziative che faremo in questi mesi per consentire ai cittadini di informarsi sui rischi della riforma”.

La magistratura suscita sfiducia? Ci sono stati degli errori da parte della vostra categoria?
“La premessa da fare è che la giustizia italiana funziona male. I processi durano troppo e le risorse sono scarse. Tutto questo contribuisce ad alimentare sfiducia nella magistratura, nonostante gli sforzi dei colleghi che, con sacrificio e senso del dovere, cercano di amministrare al meglio giustizia.
L’Anm ha proposto negli anni tante soluzioni: investimenti nel sistema giustizia, sia in termini di personale che di tecnologia, risorse per l’edilizia giudiziaria, interventi di riforma utili nel processo penale e civile.
Invece, si è deciso di andare avanti con una riforma che non migliora in alcun modo il servizio giustizia”.


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