CATANIA – Debutto ieri ad Albano Laziale, in provincia di Roma, per “Le Serve” di Jean Genet. Una coproduzione fra lo Stabile di Catania, lo Stabile di Palermo e la romana Compagnia Teatro e Società che, con la regia di Giovanni Anfuso, dal 20 al 30 dicembre approderà al Teatro Verga di Catania, dopo tre tappe laziali e le date al Biondo di Palermo, dove arriverà il 25 novembre. Scritto nel ’47 e ispirato a un evento di cronaca che sconvolse l’opinione pubblica francese, il testo porta in scena la storia di due sorelle, Claire e Solange, serve brutte e arcigne che nei confronti della loro padrona, la bella ed elegante Madame, vivono un rapporto di amore e odio. Le loro menti perverse le portano ogni sera, quando la signora non c’è, ad allestire un ossessivo teatrino in cui a turno giocano “a fare Madame”, indossando i suoi abiti. Un rito che puntualmente termina con l’uccisione della padrona, fino a quando nelle menti schizofreniche delle due finzione e realtà cominciamo a perdere i propri confini, sovrapponendosi.
Una favola noir con l’interpretazione di Anna Bonaiuto, Manuela Mandracchia e Vanessa Gravina. “Abbiamo raccontato Le Serve, cercando di mettere in scena una favola nera”, così il regista, spiegando la scelta per il testo del drammaturgo francese per il quale, dice, “nelle tre interpreti ho trovato i miei personaggi”. “Mi è sempre interessato per il suo aspetto favolistico – continua. Le Serve devono riflettere i personaggi celebri del mondo delle favole. In loro ho avvertito lo stupore di Alice, la frustrazione di Cenerentola, le burattinerie di Pinocchio, i filtri mortiferi delle streghe. Il lato truce delle favole”. A fronte della traduzione fedele, ma estremamente contemporanea, di Gioia Costa, la messinscena però “non è museografica”. Le scene, curate da Alessandro Chiti, restituiscono l’ossessione delle sorelle. Un interno le cui pareti sono sormontate da due enormi ritratti che raccontano Madame e che sul finire dello spettacolo trasmigrano l’uno nell’altro, fondendosi per diventare il bosco, nero, delle favole. “Non esiste una favola senza bosco – dice Anfuso – il bosco è il luogo dell’insidia, dell’imponderabile, dove tutto può accadere. In esso convivono le contraddizioni: respingimento-attrazioni, odio-amore, luce-ombra, paura-coraggio”.
Uno spettacolo costantemente sul filo dell’ossimoro. Vittime e allo stesso tempo carnefici, Claire e Solange incarnano all’estremo il dualismo che alberga in ciascun essere umano. Facce di una stessa medaglia che a volte si fondono e confondono, creando una tensione perenne. Una doppiezza che è resa da un interno che è contemporaneamente bordello e sagrestia, intimo e infinito, preghiera e bestemmia. Il letto posto su dei gradoni è al contempo un altare. Nell’armadio il bordeaux, il verde e il colore oro dei costumi, a cura di Lucia Mariani, ricordano i paramenti sacri, andando ancora di più a enfatizzare l’aspetto liturgico e rituale presente nella drammaturgia di Genet. Un ossimoro che passa anche attraverso le luci di Umile Vainieri e le musiche di Paolo Daniele, entrambe prosecuzione del racconto, commento emozionale delle battute, trasposizione della psiche frastagliata delle protagoniste.

