Catania. “Per quanto imperfette siano le forme, hanno sempre il potere di proteggere”, parole del filosofo Benjamin Constant che Serafino Famà aveva fatto proprie. E non poteva essere diversamente, visto che per amore delle regole l’avvocato trovò la morte il 9 novembre del 1995. Oggi Catania commemora “un eroe del nostro tempo”. Così il sindaco Bianco dipinge Famà. Un uomo giusto, meticoloso nel lavoro, che non si piegò davanti all’arroganza della mafia. “E’ un caso esemplare”, spiega lo storico Luciano Granozzi che aggiunge: “Le vittime di mafia hanno un denominatore comune, sono persone che hanno fatto semplicemente il proprio dovere”. La meticolosità con cui l’avvocato svolgeva il proprio lavorola dicono lunga. “Amava trascrivere a matita, un po’ ovunque, la frase di Constant perché credeva nel rispetto delle regole”, ricorda Goffredo D’Antona, amico e collega dell’avvocato.
“Una figura straordinaria nella sua normalità” gli fa eco il giornalista Luciano Mirone. Nel ricordare Famà non si può prescindere dal tratteggiare la Catania di ieri. Una città che per anni si era sentita estranea al fenomeno mafioso, come ha ricordato Granozzi. Una Catania dove, all’indomani dell’omicidio dell’avvocato, si mise in moto la classica macchina del fango per offuscarne il ricordo. Poi l’oblio, o quasi. “Oggi è un giorno importante, diciotto anni fa veniva ucciso mio padre, ma la memoria va coltivata ogni giorno” dice Flavia Famà, figlia dell’avvocato assassinato. “Questo – continua- è quello che facciamo come familiari e amici, ma anche con l’associazione Libera, di cui faccio parte”. Poi il ricordo di quei giorni difficili. “La città rispose subito in modo positivo dopo l’omicidio di mio padre, circa un mese dopo c’era una targa in sua memoria, nel luogo in cui avvenne il delitto”. Un’iniziativa voluta dall’allora sindaco Enzo Bianco e da Enzo Trantino che all’epoca era presidente della camera penale. “Poi seguì una fase di assopimento”.
Negli ultimi anni invece Catania sembra essersi svegliata dal lungo oblio. “La città sta tornando a onorare la memoria di mio padre”. Flavia sottolinea la cosa che le sta più a cuore, cioè la lezione del padre. “Il suo modo di vedere il ruolo del difensore come tutore della legge e dei diritti dei propri assistiti è fondamentale in un periodo come questo, caratterizzato da un tentativo di distruggere la Costituzione”. “Si fa antimafia quando si è bravi cittadini”, aggiunge Giovanni Tizian, giornalista e figlio di una vittima della criminalità organizzata. Suo padre era un “funzionario di banca integerrimo”, come Famà una persona che svolgeva con scrupolo il proprio lavoro.
“Personale e commosso” il ricordo del sindaco Bianco, che aveva conosciuto Famà pochi mesi prima del suo assassinio. “Avevo avuto uno scontro molto duro con lui perché il Comune si era costituito parte civile in un processo, una scelta che Famà con crudezza e serietà aveva criticato dicendo che mancavo i presupposti”. “Lo aveva fatto animato da un forte sentimento di rispetto per la legge, non ci fu nessun risentimento da parte mia”, aggiunge. In seguito al delitto fu proprio la voce di Bianco a levarsi a difesa di Famà. “In questa Catania – dice il sindaco- dove le maldicenze colpiscono le persone per bene e non i criminali e i farabutti con cui spesso la città è generosa, ci furono voci che non mi piacquero affatto”. Oggi come ieri, Bianco ha intenzione di metterci la faccia, e assicura che il Comune sarà in prima linea con i familiari per portare avanti il ricordo “di uno dei figli migliori di questa città”.

