PALERMO – Il 22 gennaio la Corte di Palermo deve pronunciarsi sul reclamo contro l’istanza di fallimento della Ic Servizi, impresa di impianti e movimento terra con sedi a Palermo e Bolognetta. Si correva il rischio che i giudici possano decidere sulla base di documenti falsi.
Non è più possibile mantenere il segreto sulle indagini. Ecco uno dei motivi che hanno spinto il procuratore aggiunto Salvatore De Luca e i sostituti Giorgia Righi e Gaspare Spedale a disporre il fermo di urgenza di Carlo Salvatore Sclafani e Mario Pecoraro, indagati per mafia. C’è anche questo capitolo nell’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Palermo che ha portato in carcere i due imprenditori, considerati organici alla famiglia mafiosa di Bolognetta.
Indagati anche due avvocati
Un capitolo che vede indagati anche due avvocati, Ferdinando Caronia e Rosolino Pomara per falso e tentativo di indurre in errore i giudici.
Il 29 gennaio 2020 è stato dichiarato il fallimento della I.C. Servizi srl, società riferibile a Pietrina Concetta Cannuccio e Giuseppe Inguì, di cui i gestori di fatto sarebbero Salvatore Matteo Cannella e Vincenzo Inguì, rispettivamente marito di Cannuccio e figlio di Giuseppe.
L’istanza di fallimento
L’istanza di fallimento è stata avanzata da Maurizio Leonardo Mannino, cognato di Carlo Salvatore Sclafani, il quale contestava il mancato pagamento di 7 mila euro per Tfr relativo a cinque anni di lavoro. Nel passivo della azienda si sono poi insinuati ulteriori creditori, fra cui Riscossione Sicilia, per una cifra che spera i due milioni di euro.
Contro la sentenza di primo grado che ha dichiarato il fallimento è stato promosso reclamo innanzi alla Corte di Appello.
Il documento
Il legale della Ic Servizi, l’avvocato Rosolino Pomara, ha presentato un documento con il quale risulta che il creditore Mannino (assistito dall’avvocato Caronia) ha rinunciato all’istanza di fallimento in epoca precedente alla sentenza del 29 gennaio 2020, sostenendo di essere venuto a conoscenza in epoca successiva.
Il tentativo di sistemare le cose
Dietro ci sarebbe appunto il tentativo, ex post, di sistemare le cose. Secondo l’accusa, “falsificando le carte”. Per essersi prestato alla messinscena, così la definiscono gli investigatori, Mannino sarebbe stato ricompensato” ricevendo dai titolari della I.C. Servizi 15 mila euro più 5 di spese legali, molto più di quanto gli spettasse per il Trattamento di fine rapporto. Per evitare di dare nell’occhio parte dell’incasso è stato corrisposto in contanti e parte con un assegno intestato a Sclafani. Da qui la contestazione di autoriciclaggio.
Sclafani su tutte le furie
Sclafani era andato su tutte le furie per lo sgarbo fatto al cognato. A Pecoraro diceva: “… digli a Cannella che parlano di meno perché già sono andati a dire a mezzo mondo che Maurizio Mannino li ha fatti fallire e mio cognato vedi che è malintenzionato ed io gli ho detto va beh falli parlare… minchia ieri mi ha chiamato uno di Villafrati per telefono, perciò tuo cognato ha fatto fallire così così… mio cognato ha fatto fallire? Ma tu pensi che mio cognato per millecinquecento euro gli fa il fallimento”. Mannino sarebbe stato minacciato da Cammella.
La mediazione
Alla fine, grazie all’intermediazione di un altro imprenditore, Salvatore Fragale, Sclafani avrebbe deciso di mettere da parte il rancore a condizione che il cognato venisse ristorato economicamente.
Sarebbe stato Pomara durante un in contro al ristorante “La Collina”, alla presenza di Fragale, a spiegare che c’erano delle condizioni giuridiche per mettere a posto le cose. Occorreva che Mannino, prima della data della sentenza, avesse manifestato la volontà di rinunciare alla procedura fallimentare. “Una bugia a fin di bene”, l’avrebbe definita l’avvocato che si diceva pronto a fare firmare a Mannino la documentazione predisposta assieme al collega Caronia. Caronia, da noi contatto, fa sapere che al momento preferisce non commentare. siamo ancora in attesa di una eventuale replica da parte di Pomara.

