Poche righe sul sito del Palermo. “Si è spento all’età di 87 anni Salvino Lagumina, presidente del Palermo Calcio dal 1987 al 1989, nonché promotore della rifondazione della Società dopo il fallimento del 1986. Il Presidente Maurizio Zamparini e tutta la famiglia rosanero si uniscono al dolore dei familiari”. Una sbrecciata di amarcord per ricordare l’uomo che cominciò dal nulla. Un galantuomo. Citiamo a memoria.
Il Palermo morto per una pesante sentenza del potere. Il Palermo salvato dalla sua fine, sottratto a mani discutibili. E l’avvio di una salita ripida. Salvino Lagumina è il volto che associamo a quegli anni di scuola, di primavere sotto i gelsomini della via Trinacria. Lineamenti gentili. Con lui, sulla tolda della riemersa navicella rosanero, una vecchia quercia di allenatore: Pino Caramanno. E qui è giusto aprire una parentesi grande come una vita intera: Caramanno, cioè uno splendido tecnico che non ebbe fortuna pari alla sua sagacia tattica. Il mister capace di schiantare l’Ajax, con una squadretta di C2, subissando gli olandesi di tattica eccelsa. Era il Palermo di Pappalardo, di Carrera, di Manicone, di Pocetta, di D’Este, di Santino Nuccio. Era il purgatorio della C2, il resto lo sappiamo.
Un’amichevole con i misconosciuti brasiliani dell’Atletico Mineiro incendiò il cuore pulsante della “Favorita”. Palermo aveva fame di calcio. I più disperati si recavano in processione all’Acquasanta per le gesta della Palermolimpia di Polizzi e Putaggio, col pugno della radiazione stampato sulla guancia. Si facevano calcoli astuti, sommando prodigi e sottraendo sfiga, sul possibile approdo in serie B dei ragazzotti che sputavano l’anima su un campetto polveroso. Una tossicodipendenza d’amore invase le strade e ci rese folli. La città senza pallone si scopriva terribile, come in effetti era. E senza nemmeno il balsamo di un’illusione a rombi bianchi e neri. Si sovrappongono voci di cronisti indimenticabili, spente dall’assenza. Infine, riaccese. Antonio Asaro che trasmetteva con fruscii da Vietnam in sottofondo. Guido Monastra, poi, che raccontava partite mai viste, rendendole indimenticabili con la sua ineguagliata capacità narrativa.
Il pallone tornò a respirare dalla polvere della sua condanna. Mio compare Domingo appese il poster della squadra della C2, accanto ai santini di Aldo Serena e Walter Zenga, imposti dalla sua sciagurata fede interista. Era bello tornare a essere palermitani del pallone.
Oggi il tifo rosanero viaggia in prima classe. Si discute. Si litiga. Ieri il pane scuro dell’amore, di un piccolo grande amore, ci bastava. Ricordo uno dei giorni più felici della mia vita: una vittoria sul Trapani – che schierava tal brasiliano Pita – per due a zero. La mia prima volta allo stadio, accompagnato dal professore di Lettere. Mio padre stava per morire. Ma era ancora primavera.

