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La Sicilia che non vorrei è quella che accetta l’emergenza come condizione normale. È l’isola in cui ogni estate si conta il numero dei roghi invece di preventivare la manutenzione dei boschi. Quella in cui si misura la crisi idrica in giorni di rubinetto chiuso, non in anni di investimenti mancati, in cui il lavoro è un privilegio e non un diritto soprattutto per le donne e per i giovani.
La Sicilia che non vorrei è quella che si rassegna a essere terra di passaggio, di abbandono. Le emergenze di questa terra hanno nomi precisi: siccità e dissesto idrogeologico, incendi boschivi e collasso della raccolta rifiuti, mobilità ferma e servizi essenziali al lumicino.
Ma hanno anche cause precise. Una programmazione assente, manutenzione ignorata, controlli carenti, risorse disperse. Ogni anno, la stessa cronaca si ripete. Invochiamo la pioggia, contiamo i danni, chiediamo lo stato di emergenza e intanto i pozzi si prosciugano, il verde brucia, le discariche sono sature, i trasporti pubblici non garantiscono i servizi essenziali.
Ma c’è un’emergenza che non fa rumore e che pesa più di tutte ed è quella del lavoro. In Sicilia la disoccupazione femminile e giovanile resta tra le più alte d’Europa. Troppe donne sono costrette a scegliere tra cura e carriera e a vivere nell’incertezza, troppi giovani partono perché qui non trovano futuro. La Sicilia che non vorrei è quella che normalizza la precarietà, che tratta i diritti come un costo e non come un investimento.
Proposte concrete? Servono interventi strutturali, non spot. Chiediamo una nuova rete idrica, invasi e depuratori per agricoltura e industria con investimenti e controlli trasparenti. E ancora una vera prevenzione incendi con manutenzione ordinaria dei boschi, mezzi e personale formato, e sanzioni vere per chi appicca fuochi. Serve un piano rifiuti basato su raccolta differenziata e impianti moderni. Senza dimenticare la mobilità sostenibile e il trasporto pubblico potenziato per ridurre il divario tra le aree interne.
Sul lavoro, la Sicilia che vorrei punta su lavoro stabile e diritti per tutti con contrasto al caporalato, alla precarietà e al lavoro nero. Sulle politiche attive per l’occupazione femminile e giovanile, asili nido, congedi, formazione e incentivi all’assunzione. Sullo sviluppo che va dalla transizione energetica alle energie rinnovabili, dall’agroalimentare al turismo, dalla cultura alla logistica.
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La Sicilia che non vorrei è quella che aspetta aiuti e delega. La Sicilia che vorrei è quella che costruisce, che controlla, che guarda avanti. E la Uil sarà al fianco di chi lavora, di chi studia, di chi lotta per un’isola finalmente normale.
Luisella Lionti, segretaria generale della Uil Sicilia




