Palermo, Mario Mancuso i gelati e la mafia: la sentenza

Bancarotta sì, ma niente affari con il boss per l’imprenditore dei gelati

Mario Mancuso condannato a 3 anni e assolto dal concorso esterno

PALERMO – Regge l’accusa di bancarotta fraudolenta, ma cadono il concorso esterno in associazione mafiosa e l’estorsione aggravata dal metodo mafioso. Si chiude in abbreviato davanti al giudice per l’udienza preliminare Lorenzo Chiaramonte il processo a carico dell’imprenditore Mario Mancuso, condannato a tre anni. La procura della Repubblica ne aveva chiesto sei.

I rapporti con il boss

Cade l’ipotesi che dietro il marchio delle gelaterie Brioscià ci fossero gli interessi del potente capomafia Michele Micalizzi, uno di quelli che una lunga detenzione – oltre vent’anni di carcere – non ha rieducato. L’ipotesi iniziale era che Mancuso, 45 anni, avesse contribuito a rafforzare il potere del boss di Tommaso Natale e per questo era stato arrestato.

Passaggio di società

Una nuova ordinanza di custodia cautelare era stata notificata a Micalizzi, che in carcere c’era tornato nel 2023 e che tramite il figlio Giuseppe, pure lui già detenuto, avrebbe contribuito alla scalata imprenditoriale del marchio Brioscià che ha fatto la fortuna di Mancuso. Nel 2021 il fallimento con l’ipotesi della bancarotta fraudolenta e la nascita del nuovo marchio Sharbat. In fase di indagini preliminari era già caduta l’accusa che Mancuso avesse messo a disposizione di Michele Micalizzi, tramite il figlio Giuseppe, parte dei profitti di Brioscià e Sharbat.

Non solo: anche i mezzi e il personale della Magi srl, la società che gestiva i punti vendita Brioscià, sarebbero stati utilizzati “per garantire la cornice di sicurezza necessaria allo svolgimento di incontri riservati fra esponenti del mandamento mafioso”. Alla Magi sarebbe stato assunto un cugino del capo mandamento di San Lorenzo, Giulio Caporrimo, mentre i lavori per ristrutturate i punti vendita sarebbero stati affidati ad imprese riconducibili a Francesco Palumeri che del mandamento è stato il reggente.

La difesa di Mario Mancuso

Ipotesi sempre contestate dai legati della difesa, gli avvocati Lorenzo Bonaventura e Riccardo Ruta, i quali avevano chiesto l’abbreviato condizionato all’audizione del cugino di Caporrimo. Quest’ultimo ha confermato la parentela con il boss, spiegando però di non avere alcun rapporto con Caporrimo. Ha invece aggiunto di essere cugino anche di Mancuso ed è per questo che era stato assunto.

Per le questioni societarie, fallimento incluso, sono finiti sotto inchiesta altre persone, fra cui la moglie di Mancuso. I finanzieri avevano intercettato la moglie di Micalizzi, Margherita Riccobono (figlia di don Saro Riccobono, uno dei padrini perdenti della vecchia mafia spazzata via dai corleonesi). La donna sembrava avere voce in capitolo nella gestione degli affari: “Non ha nulla da venirci a fare a Partanna, ora si deve fermare nelle gelaterie… e perché decidevo io così”, diceva di Mancuso. “Vedi che ci servi tu alla cassa là perché ha paura che gli altri rubano“, diceva la donna parlando con una dipendente e riferendosi al marito Micalizzi.

Alla Magi lavorava anche Giuseppe Micalizzi che prendeva “150 euro a settimana senza fare niente” e avrebbe usato usato i dipendenti come se fossero suoi “autisti” personali. Secondo l’accusa, considerava la società come casa propria. Di avviso opposto la difesa di Mario Mancuso, secondo cui, il significato delle intercettazioni sarebbe stato interpretato in maniera sbagliata. Ora la sentenza che condanna Mancuso per bancarotta, ma lo scagiona per i reati legati a Cosa Nostra.


Partecipa al dibattito: commenta questo articolo

Segui LiveSicilia sui social


Ricevi le nostre ultime notizie da Google News: clicca su SEGUICI, poi nella nuova schermata clicca sul pulsante con la stella!
SEGUICI