Beni confiscati: "Ora prendiamoci anche i soldi dei mafiosi" - Live Sicilia

Beni confiscati: “Ora prendiamoci anche i soldi dei mafiosi”

Nel giorno dell'anniversario della morte di Pippo Fava, l'associazione I Siciliani giovani parla del patrimonio delle mafie
IL 5 GENNAIO
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“I beni immobili e mobili dei mafiosi sono una parte del lavoro. Ma bisogna andare oltre. Dobbiamo prenderci anche i soldi dei mafiosi, come risarcimento. Dobbiamo prenderceli noi tutti, devono servire per la collettività“. L’associazione I Siciliani giovani da anni celebra il 5 gennaio così: lavorando. Quest’anno, dopo la conclusione delle Scarpe dell’antimafia, la carovana attraverso i beni confiscati, il tema del convegno non poteva essere che quello: i beni dei mafiosi. Cosa farne, come usarli, come ottenere il pieno rispetto della legge Rognoni-La Torre, che colpisce i capitali oltre che le persone. “Gli intrecci tra la mafia che spara, un po’ volgare e zaurda, e il mondo dell’imprenditoria che gira con il Rolex e parla in perfetto italiano ci sono sempre stati”, comincia Matteo Iannitti dei Siciliani giovani. “Il nostro è un lavoro di denuncia – comincia Iannitti – Quando abbiamo iniziato ad accendere i riflettori sui beni confiscati, ci siamo accorti che non è una bella storia. È una storia drammatica”.

Ed è la storia che viene raccontata ormai da due anni, grazie al lavoro dei Siciliani giovani e dell’Arci, che insieme hanno mappato gli immobili, hanno scovato le occupazioni abusive e raccontato pubblicamente le ville dei boss e i casolari dei tirapiedi. “Ora sono i soldi dei mafiosi che ci dobbiamo riprendere: è una battaglia da condurre insieme, affinché con i fondi del fondo unico di giustizia si riattivino le economie dei territori, si risarciscano le comunità – afferma Iannitti – I soldi ci sono, devono essere usati”. Chi deve usarli, e come, è più complesso stabilirlo. “Qual è il ruolo delle associazioni? – domanda Dario Pruiti, presidente dell’Arci di Catania – Perché negli ultimi anni, dobbiamo dircelo, siamo stati insufficienti. Il nostro compito è rilanciare l’antimafia sociale, è proporre un modello moderno di gestione dei beni confiscati, stavolta orientato al superamento delle disuguaglianze“.

“È quello che propone Libera”, risponde don Luigi Ciotti, che nell’occasione riceve anche il premio dei Siciliani giovani. Una targa, simbolica, per ricordare che il terzo settore deve lavorare insieme, a maggior ragione quando si tratta di lotta alla mafia. “Nel 1995 abbiamo raccolto un milione di firme per ottenere l’approvazione di una legge sul riuso sociale dei beni confiscati – ricorda il fondatore di Libera – Era una integrazione della Rognoni-La Torre. Già allora avevamo cominciato a chiedere anche la confisca dei beni ai corrotti. Volevamo che una quota dei soldi confiscati andasse ai testimoni di giustizia. Era tutto lì, già nel ’95”. Ma la richiesta di allora non è diventata la realtà di oggi. “Oggi chiediamo con forza la stessa cosa di allora – aggiunge Ciotti – Vero è che di passi avanti ne sono stati fatti: allora non c’era l’Agenzia nazionale per i beni sequestrati e confiscati e oggi c’è, ma è insufficiente, deve essere più veloce e avere più personale. La confisca dei beni rafforza la democrazia: le mafie sono forti dove la democrazia è debole“. E dove lo Stato non guarda.


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