PALERMO – La lettura dal profeta Isaia invita a credere nella giustizia, è uno dei nomi con cui si invoca Dio. Un messaggio di grande attualità, specie se letto nella chiesa di San Francesco Saverio dove si celebra una messa in memoria di Paolo Borsellino e degli agenti di scorta, Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Emanuela Loi, Claudio Traina e Vincenzo Fabio Li Muli.
In prima fila ci sono i figli del giudice, Lucia, Fiammetta e Manfredi, i nipoti che ne custodiscono il ricordo senza averlo mai potuto conoscere, e i parenti delle altre vittime del dovere.
Padre Cosimo Scordato indica la via per non aggrapparsi soltanto al ricordo: “Facciamoci portatori del loro impegno, hanno lottato per la giustizia e sono stati perseguitati”. I martiri della giustizia sono beati, di una beatitudine laica, ma ugualmente profonda. Solo così saranno davvero “parte viva” della quotidianità di tutti noi che “non sempre siamo stati all’altezza”. “Li vogliamo considerare santi”, dice il sacerdote.
A messa, come nella vita, lo ricorda padre Scordato, “ci battiamo il petto per i nostri pensieri, le parole e le omissioni”. Quelle omissioni che, a 26 anni dalla strage di via D’Amelio, hanno allontanato la verità: “Avremmo potuto fare qualcosa e non lo abbiamo fatto oppure c’è stato impedito di farlo”.
È una cerimonia intima quella che si celebra nella chiesa dell’Albergheria tanto cara a Paolo Borsellino e alla moglie Agnese che volle donare una statua della madonna alla comunità. Non è la vendetta che va cercata, ma la verità che “libera dalle tenebre”. Non è facile, ma l’impegno dei figli non è mai venuto meno. Sono loro, in questi giorni di commemorazione, a denunciare, ancora una volta, i depistaggi e gli errori commessi.
Non sono da soli, dice Padre Sordato rivolgendo loro lo sguardo: “Se si lavora per la giustizia si sta cercando Dio. Noi vogliamo e dobbiamo cercare la verità nel nome di Dio. Solo facendo così i cadaveri risorgeranno. Non dobbiamo desistere di fronte alle opacità della realtà. Il Signore ci aiuta quando la nostra resistenza è fiaccata”.
Ad ascoltare le sue parole ci sono il il sottosegretario al ministero dell’Interno, Stefano Candiani, il prefetto Antonella De Miro, il questore Renato Cortese, il comandante provinciale dei carabinieri Antonio Di Stasio, quello della Dia Paolo Azzarone e del Gico della Finanza Danilo Persano.
Paolo Borsellino frequentava la chiesa dell’Albergheria. “Si metteva in un angolo e si inginocchiava”, ricorda padre Scordato che aggiunge: “La morte ci sconvolge sempre soprattutto quando a causarla siano noi stessi. Facciamoci portatori dell’impegno di Paolo”.
Solo così si alimenterà la speranza che ha l’innocenza delle parole di una nipote del giudice. Si chiama Fiammetta, ed è la figlia di Manfredi. Ha scritto un messaggio: “Caro nonno mi dispiace per il 19 luglio 1992, se tu avresti capito quanto ti coccolerei, ti voglio bene, la tua nipotina”. Non lo ha conosciuto, ma i grandi uomini lasciano un’impronta indelebile a disposizione di tutti. Tracciano la strada. La memoria si preserva solo se si avrà la forza di percorrerla.

