In ricordo dell'ispettore Raciti: è di nuovo il 2 febbraio

In ricordo dell’ispettore Raciti: è di nuovo il 2 febbraio

Diciassette anni dopo

CATANIA. E dire che è di nuovo, una volta ancora, il 2 febbraio. Anche diciassette anni fa come oggi le luminarie facevano già bella mostra per tutto il centro storico della città. Non a caso quel derby da Serie A tra rossoazzurri e rosanero era stato anticipato al venerdì sera, meglio, alle ore 18: proprio per evitare qualunque concomitanza con la festa della Santa Patrona, con le strade che sarebbero divenute altrimenti impercorribili perchè stracolme di devoti, qualora si fosse giocato di domenica.
Le misure di sicurezza attorno allo stadio. Gli elicotteri che ronzavano fastidiosamente già dalla mattina sopra quel tragitto automatico che porta al vecchio Cibali. Il consueto tam tam di ironia e provocazione tra le due tifoserie nei giorni che avevano preceduto la partita. Non c’era nulla di diverso, in verità, rispetto a tante altre volte in quel calcio interpretato prima ancora come tensione e scontro a tutti i costi piuttosto che innocuo sfottò.

Lo abbiamo già scritto, e per questo lo ribadiamo: conosciamo bene cosa accadde quella sera. Ne ricordiamo lo stato d’animo. L’incredulità e quel bollettino da guerriglia che registrò, fuori dallo stadio, decine di feriti e una vittima. L’ispettore di polizia, Filippo Raciti. L’attenzione dei media del pianeta si concentrò per diverso tempo su Catania. Dal lavello alla retromarcia del Discovery, scattò poi un processo divisivo. Che vide l’opinione pubblica tentare di approfondire e convincersi sull’accaduto.
Quella del 2 febbraio rimane una ferita lacerante. Insanabile. Che si è provato ad anestetizzare frettolosamente. Sono arrivate sentenze e condanne: ma lo spettro di quella sera resta ancora in modo evidente nonostante il rigetto.

Una data che ha segnato il futuro pacchetto di interventi legati alla sicurezza negli stadi italiani. Eppure, c’eravamo illusi che stessimo andando verso una speranza di redenzione con un’azione forte e condivisa. Per un po’ ha funzionato. Abbiamo intravisto un orizzonte diverso, stropicciandoci gli occhi. Poi, il meccanismo ipocrita del qualunquismo ha inghiottito ogni possibile vagito. E gli orologi sono tornati all’ora di partenza.
Di certo c’è che ne siamo usciti segnati. E, fuori dalle commemorazioni di rito e dalle celebrazioni; dalle frasi di circostanza e dai ricordi calendarizzati, non sappiamo dire cosa resti di quella data orrida e tragica.
Sappiamo cosa non c’è più. Chi non c’è più.
In un’alternanza di sentimenti che ci fa dire che nulla è cambiato anche se, alla fine, tutto è diverso.


Partecipa al dibattito: commenta questo articolo

Segui LiveSicilia sui social


Ricevi le nostre ultime notizie da Google News: clicca su SEGUICI, poi nella nuova schermata clicca sul pulsante con la stella!
SEGUICI