Non è il romanzo del momento e non è un film con Meg Ryan. Non è la favola che ci raccontavano da piccoli, sulla quale eravamo indecisi se sognare o no. Loro sono reali, i loro pensieri lo sono e sono reale io, che sto a guardare e non credo troppo nelle coincidenze. Sono pubblico della meraviglia di un sincrono involontario, assisto all’espressione di un’emozione vissuta, di paure celate dal testo di un brano e da malinconie maldestramente evitate, ben visibili sullo sfondo dell’immagine di un paesaggio assolato.
Assaporo le allegrie e ascolto quello che vogliono farmi ascoltare. Accolgo a piene mani, insieme agli altri spettatori, la loro voglia di condivisione, scritta a chiare lettere appena sopra il video di una canzone. La sera, prima di dormire, riconosco le loro parole senza bisogno di leggere i loro nomi, in quel fiume di personalità e sovrastrutture che è facebook. È iniziata un po’ di tempo fa, questa danza di frasi, questa danza di vite, e non è più finita. Prima ancora che potessi rendermene conto ero divertita, poi stupita, infine ipnotizzata dalla bellezza e dalla forza di un romanticismo rivisitato, moderno, raro e inconsapevole.
Loro vivono due vite separate sia nella sostanza che nella forma, ma, delle stesse identiche tonalità, i colori, quelli sono gli stessi. Loro sono incantati dalla stessa canzone, incatenati tra loro dal suono di una frase, da una citazione, vittime della stessa melodia, innamorati dello stesso libro, legati da due momenti che è lo stesso momento. Per me, che li guardo e li vivo, è l’incanto di un amore sottile, la sorpresa di un’opera incompleta.
Loro però non lo sanno. Non sanno di vivere su due rette parallele, sullo stesso cavallo a dondolo di due giostre gemelle e lontane. E questo rende ancora più unica la loro unione invisibile, che serpeggia provenendo dai loro due privati microcosmi di bicchieri di vino e di fotografie passate attraverso i filtri, nelle quali, immancabilmente, sorridono. Loro sono i protagonisti della mia personale fiaba della buonanotte, senza saperlo.
La cupezza del lunedì mattina, la stanchezza del mercoledì, la lontananza del venerdì e la ricomparsa, chiara e forte come un ‘sono qui’ lanciato nell’universo, della domenica. L’evento al quale non si può proprio mancare, la felicità per qualcosa, le congratulazioni con qualcuno. La cadenza è regolare come un ritmo ben concepito. Hanno gli stessi picchi e le stesse valli, ai quali, come se si guardassero negli occhi, reagiscono allo stesso modo. Appaiono e scompaiono nello stesso attimo, per comunicare al mondo la stessa emozione, lo stesso qualcosa che comunque, tra loro, non si dicono.
E chi osserva tutto questo non può che restare immobile e confuso, come dopo una notte insonne, a guardare attraverso la nebbia del pratico, del futile e dell’ordinario, questo qualcosa di straordinario che vive e cresce. Loro costruiscono castelli, sulla sabbia e in cielo, vivendo una delle storie più romantiche che l’uomo scriverà o sognerà mai e non perché non sia già stata ideata, figuriamoci, ma perché è una sensazione di calore senza risvolti, è una perfezione priva di risultato, bella come la pioggia, dalla quale non ci si aspetta un lieto fine, è pioggia. E poi è vera, come solo le cose imperfette possono esserlo.
Mi spiace solo di non essere in grado, o all’altezza, di poterne scrivere io. O almeno non come vorrei e come meriterebbero. Con un sorriso, mi scaldo ai piedi del loro fuoco e pur continuando a non credere nelle coincidenze, mi tolgo il cappello e mi inchino.

