PALERMO – Il caso di Giuseppe Di Giovanni è un unicum. Nessuno fra gli scarcerati eccellenti degli ultimi tempi ha sulle spalle una condanna, seppure di primo grado, a 20 anni di carcere. Indicato dagli investigatori, e da altri indagati intercettati, come un pilastro della mafia a Porta Nuova ha assistito al processo a piede libero perché due anni fa sono scaduti i termini di custodia cautelare.
Stessa cosa per alcuni imputati di Brancaccio per i quali la Cassazione ha stabilito che dovrà essere celebrato un nuovo processo di appello. Le pene saranno riviste al ribasso per Giovanni Mangano, Antonino Marino, Giovanni Vinci, Giacomo Teresi e Giuseppe Di Fatta. Nel loro caso la condanna più pesante, però, non supera i 9 anni.
Libero, sempre a Brancaccio, sono pure Pietro Tagliavia, figlio dello stragista ergastolano Francesco (fine pena), la cui famiglia si è anche arricchita lavorando con il pesce surgelato. Ed ancora Johnny Lucchese, Giuseppe Caserta, Claudio D’Amore e Francesco Paolo Clemente, condannati in appello e scarcerati ormai da anni per scadenza dei termini di custodia cautelare in attesa della sentenza definitiva. Se si aggiunge anche il nome di Nino Sacco la concentrazione di scarcerati a Brancaccio è allarmante.
Gente che ha scontato la pena o che dovrà finire di scontarla, ma nessuno con la prospettiva di restare in carcere per 20 anni come Giuseppe Di Giovanni. A Porta Nuova, ma per fine pena, è libero anche il fratello Tommaso Di Giovanni, boss conclamato per via delle sentenze definitive. Si è passato il testimone con il terzo fratello, Gregorio, che nel 2018 fu tra i partecipanti alla riunione della nuova cupola. La figlia di Gregorio ha sposato Emilio Greco, fratello di Leandro Greco e cugino di Giuseppe Greco, che prima di finire in carcere si sarebbero alternati alla guida del mandamento di Ciaculli. Un matrimonio dal forte valore simbolico, dunque.
Gregorio Di Giovanni c’era già al maxiprocesso istruito da Falcone e Borsellino di cui oggi si celebra il quarantennale. Il dibattimento al bunker del carcere Ucciardone si aprì il 10 febbraio 1986.
Alla riunione del dopo Riina partecipò Calogero Lo Piccolo, boss di San Lorenzo. Assieme a Giuseppe Biondino, pure lui dello stesso mandamento, Nino Sacco di Brancaccio e Giovanni Sirchia di Passo di Rigano (padrone di casa della riunione del 2018, convocata in una casa a Baida, dove si decisero i nuovo assetti) ingrossano l’elenco degli scarcerati per fine pena. Era la prima volta che la cupola, o ciò che di essa era rimasta, si riuniva dopo la morte di Totò Riina. A presiederla c’era Settimo Mineo, classe 1938, il più anziano fra i boss.
A Corleone è tornato in libertà Rosario Lo Bue, che di Riina per un periodo è stato l’erede, e a Misilmeri Francesco Lo Gerfo. E poi ci sono tanti boss ancora detenuti che hanno ottenuto semilibertà e permessi premio.
Sono anziani che godono di fama e rispetto. Ed è nell’equilibrio fra vecchi e nuovi boss che trova linfa la Cosa Nostra di oggi.

