CATANIA – Avevano ridotto quasi a zero le conversazioni e gli sms. L’alert per l’appuntamento o per confermare il luogo di consegna della droga era uno “squillo” al cellulare. Nessun messaggio cifrato o codice da decriptare, ma un metodo “raffinato” (così lo ha definito il pm Tiziana Laudani) quello escogitato dal gruppo di trafficanti che almeno fino al 2013 gestivano le piazze di spaccio di via Mulini a Vento e via Alogna, nel cuore di San Cristoforo. La Squadra Mobile ieri ha arrestato 19 persone, tra cui i fratelli Vito e Michele Musumeci indicati dai collaboratori di giustizia Gaetano Musumeci e Natale Cavallaro personaggi che avevano il compito di controllare due zone di vendita di droga per conto del clan Cappello, stupefacente che proveniva dalla Calabria e dall’Albania.
Lo “squillo” poteva assumere due significati, a seconda della persona che lo riceveva. O significava tra pochi minuti ci vediamo all’appuntamento per il “breafing” organizzativo, oppure se il titolare dell’utenza era un trafficante delle ‘ndrine della Locride, in Calabria, si confermava che gli “acquirenti” stavano arrivando nei luoghi concordati. Era un mezzo per riuscire a depistare il lavoro della polizia in caso i telefoni fossero sotto intercettazione da parte degli inquirenti. Ma lo stratagemma non è servito perchè con una serie di controlli incrociati di contatto e aggancio delle celle telefoniche la polizia giudiziaria è riuscita a ricostruire la catena di comunicazione creata ad hoc dai sodali arrestati nel blitz Jonica way.
Ma non sempre lo “squillo” poteva essere sufficiente: qui entra in gioco il codice di linguaggio criptato. “Ho necessità di comprare del gambero”. Era una delle espressioni captate che per gli inquirenti stavano ad indicare la richiesta di un ordine ai fornitori. Droga che all’occorenza diventava “del pomodoro” e alcune volte “il necessario per rifare il pavimento”. E se l’ortofrutta o l’arredamento d’interni erano il “codice” per “ordinare il carico di droga”, invece i messaggi cifrati in stile sentimentale erano il linguaggio criptico per fissare gli appuntamenti per le consegne. il “tesoro” di turno o il “caro amore” di riferimento altri non erano che i corrieri che dovevano “prelevare i carichi”.
Ma la “finezza” del depistaggio alle intercettazioni non finiva con “inventare rendez-vous passionali” ma anche con declinare al femminile il nome di alcuni sodali. In un sms captato dal personale della polizia giudiziaria della Squadra Mobile per riferirsi a Angelo Billa, uno dei 19 arrestati di ieri, scrivevano “Angela”.
“Siamo riusciti a monitorare almeno tre viaggi in Calabria per l’acquisto dello stupefacente” – ha detto il procuratore aggiunto Amedeo Bertone. Nei contatti con le ‘ndrine ha un ruolo cruciale Bruno Cidoni, calabrese trapiantato a Catania. Un “corriere” che più volte è finito in manette per i suoi loschi traffici di droga. A dicembre del 2013 i carabinieri di Gravina lo sorpresero a bordo di un’automobile con 65 grammi di cocaina: non si era fermato al posto di blocco e aveva cercato di disfarsi della droga buttandola dal finestrino.
Era Messina il centro di smistamento. La polizia era riuscita a localizzare un magazzino nella zona industriale in cui erano state piazzate delle telecamere: era lì che avveniva la consegna dello stupefacente, una parte del carico serviva per il mercato di Catania, e un’altra parte per quello messinese. E’ l’albanese “Raimondo” (questo il nome italiano di Mondi Shity) il “contatto” per il rifornimento di “marijuana” e “hashish”.
La droga una volta arrivata a destinazione veniva venduta nelle due piazze di spaccio: take away della droga uniche nel suo genere in quanto vendevano marijuana, hashish e cocaina. Il giro d’affari mensile, considerando i 30 mila settimanali, si aggirava intorno ai 120 mila euro.
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