CATANIA- Accoccolati ad ascoltare alla radio la notizia della condanna dell’ex presidente della Regione, o a leggere sul web ogni particolare, i catanesi allevati, cresciuti e pasciuti con il sistema Lombardo si sono improvvisati duri e puri. Pronti a puntare il dito, con un pizzico d’antimafia di convenienza che non guasta, contro il novello concorrente esterno dei Santapaola, che sino al giorno prima avevano servito e riverito.
Non c’è settore della vita cittadina che sia scampato, in questi anni, al sistema Lombardo. Sistema in cui il Raffaele da Grammichele amministrava collocando, decideva dividendo, aggregava distribuendo.
Quando la Procura di Catania guidata da Vincenzo D’Agata, l’ex procuratore che grazie al caso Lombardo è passato alla storia, ha messo mano al libro mastro dei favori -così è stata ribattezzata quell’infinita serie di cartelle finite sul web dense di suppliche al sultano agricoltore- è stato come sfogliare un album delle figurine che conteneva tutte le squadre al completo. Per ogni ospedale, ufficio, ente pubblico e asilo nido erano immortalati, con dovizia di particolari, raccomandatori, raccomandati e raccomandazioni.
Non appena Lombardo, dimettendosi dalla guida della Regione, ha smesso di irrorare con incarichi e prebende il lungo fiume di supplicatori elevati al rango di amministratori, si è ritrovato (quasi) da solo. Il grande partito-apparato autonomista si è disciolto nel giro di un paio di battute elettorali. E i catanesi ex lombardiani hanno potuto ricollocarsi brandendo la bandiera dell’antimafia di potere al fianco di Rosario da Gela.
Ed è stato tutto un piovere di intimidazioni, anche in diretta davanti ai giornalisti che spesso non capivano chi intimidiva e chi, invece, veniva intimidito.
La sentenza di condanna di Raffaele Lombardo è stata criticata dai novelli duri e puri, ma soltanto sottovoce, sussurrando. Perché a Catania tutti sanno chi si è seduto alla tavola imbandita sotto la bandiera del Mpa. Dai pensatori dell’ex Partito comunista ai manovali dell’ex Movimento sociale, dai sindacalisti manager (nel settore della formazione professionale) della Cgil, ai camionisti della Piana di Catania. Dai fruttivendoli abusivi del porto agli avvocati con i colletti inamidati e il ciuffo al vento.
Tutti hanno mangiato e preso qualcosa.
E tutti, adesso, dopo la sentenza, sono colpevoli. Nessuno escluso.

