Anche senza averlo conosciuto personalmente, Vincino ti colpiva, da lontano, per la raffinata timidezza che risaltava dallo sguardo in fondo agli occhiali, dalla profondità delle pagina. Ne sentivi l’odore, ne percepivi la luminosità di essere umano in una mascherata di’ scarabocchi’. Che poi scarabocchi, ovviamente, non erano, perché componevano il tratto impareggiabile di un artista delicato che era stato costretto a indossare l’elmetto dell’impegno dall’asperità dei tempi. Un uomo buono in anni di guerra: questo, forse, era Vincino.
E molto è stato detto. E moltissimo è stato scritto. Giuliano Ferrara, per esempio, ha scolpito un ritratto definitivo: “Vincino era un gigante leggero come una piuma”. Una contraddizione che è sintesi imperfetta, perciò esatta. Ognuno unisce le sue linee storte, a suo modo, nel caos. E tutti ci siamo sentiti come lillipuziani, almeno una volta, dentro un foglio immenso, ad arrampicarci e soffrire, per poi sciogliere la fatica in una risata di gola. Vincino, prendendoci in giro, ci disegnava così. E non sarà un eccesso ricordarlo ancora, dopo i funerali di giovedì, grazie a coloro che lo conobbero e lo amarono. Dal vivo.
“Io l’ho conosciuto nel ’64 – ricorda Giuseppe Barbera -, avevo quindici anni, lui due in più di me. Ci si vedeva il sabato pomeriggio a casa di qualcuno, nelle feste organizzate. I nostri approcci con le ragazze, il ballo lento e quello veloce sapientemente mischiati… Vincino corteggiava, però era proprio un timido”. Giornate ruggenti e ogni cosa da costruire, mentre il ballo dava l’occasione di sognare il domani, cullandolo.
Il professore Barbera prosegue: “Ricordo le nostre passeggiate a Mondello con la macchina di suo papà, o tra i cortili, con un mangiadischi arancione. Ascoltavamo Luigi Tenco. Sì, eravamo già dei contestatori e cercavamo un approdo differente. Vincino soffriva un po’ per la sua timidezza, qualcuno lo prendeva in giro. Poi, l’impegno in Lotta Continua. Nel Settantuno, a sorpresa, ci presentò la bellissima ragazza che sarebbe diventata sua moglie, il suo unico, grandissimo amore. Se siamo stati una generazione che ha perso? Che domanda… Mi sento l’esponente di una generazione che aveva ragione, ma è stata sconfitta”. Giuseppe Barbera è stato secco nel suo ricordo immediato, su facebook. Come un tratto di penna: “Ciao gallo, ti voglio bene”.
Gianni Allegra, acclamato autore e vignettista, viaggia biograficamente con una decina d’anni di ritardo. Ma gli è dolce rammentare certi incontri quasi in clandestinità, da uomini con matite acuminate, pieni di insofferenze e pudori: “Credo che Vincino sia stato, tra noi, il più originale e questo lo rendeva inimitabile. Era una persona dolce, irregolare, uno schivo. Ci conoscemmo nel corso di una rassegna. Verso la fine degli anni Ottanta lo invitai a casa mia. Quattro chiacchiere, una bottiglia di wkisky. Era davvero magrissimo. Parlava e disegnava. Disegnava e parlava, con il pennino di cui deformava la punta per raggiungere il risultato che voleva. Mi chiese un fax per mandare i suoi lavori, non poteva stare senza. Nel 2005 presentò un mio libro e mi fece un sacco di complimenti. E’ uno dei ricordi più importanti della mia carriera. Credo anche io che fosse un timido”.
Sul nastro scorrono le diapositive di una Palermo diversa da quella presente, così rinchiusa e prigioniera dei suoi guai. E non che i guai mancassero, ma c’era pure una voglia di non rassegnarsi, di non fermarsi. L’idea di disegnare, se non una rivoluzione, una resistenza, se non un cambiamento, una trincea. Intanto, dai social si sovrappongo le immagini del funerale laico. Una bara circondata dall’affetto. Anime che la sfiorano, devote, con un pennarello, per lasciare un segno.
Gilda Arcuri era l’amica degli anni verdissimi. Lei su facebook ha scritto: “Le braccia da un lato, le lunghe gambe dall’altro, la camicia eternamente fuori dai pantaloni, i piedi grandi che strascicava, gli occhiali storti… Era tutto “sgummato” Vincino, ma giocava a ping pong come un dio. Ti vedo e ti rivedo e mi vengono in mente mille fatti e le risate, ma anche i dispetti e le cattiverie e noi seduti a turno sui gradini di quel palazzo pieno di ragazze e di ragazzi e pieno di futuri di cui non avevamo alcuna idea”.
Aggiunge poche parole, come gocce di un balsamo che fa bene: “Era una persona meravigliosa, come uno che camminava in mezzo a noi, ma su un altro pianeta. Ricordo tutto, lui, nel cortile della nostra adolescenza, e il vocione di suo padre che lo rincorreva dal balcone: “Vincinoooo, torna a casa!”.
E tutto non è stato magari splendido e tutto, tra quello che viene detto o scritto, non ha sempre funzionato a puntino. Ma tutto appare pulito, intriso di candore, in filigrana, tra i volti un po’ ammaccati di quella generazione. Per questo è bello tenerselo addosso, Vincino, come una vignetta di clemenza e arguzia in giorni che sono sempre di guerra. Tenerselo addosso, con la sua poesia ispida come lui, col suo odore, con la sua luminosità che già manca. Con la timidezza di uno che entra, incerto, in una stanza piena di ombre. Si aggiusta gli occhiali come per scrutare meglio nel buio. E, di colpo, spalanca la finestra.

