CATANIA – Morire di Covid, in ospedale, su una barella, a 73 anni, “dopo essere stata mandata a casa, soccorsa da due ambulanze e accolta nuovamente in codice giallo”. “Due giorni di agonia – hanno ricostruito i familiari di Antonina, mascalucese, in un esposto alla Procura guidata da Carmelo Zuccaro – tra dolori atroci e la mancata applicazione delle procedure previste per i cittadini che chiedono assistenza con i sintomi del coronavirus”.
Per ricostruire ogni tassello di questa vicenda, i familiari della signora hanno mobilitato un team di avvocati composto da Carmela Allegra, Emanuele Gullo e Francesca Carrabba. I figli di Antonina hanno conservato le registrazioni audio e i messaggi vocali di quei due giorni tra casa e ospedale.
Il tampone, a questa signora che tutti conoscevano, sarebbe stato fatto “al secondo giorno in cui chiedeva aiuto”, nel pronto soccorso del Cannizzaro, centro di eccellenza sanitaria della Sicilia orientale. I medici si sarebbero accorti del covid “solo quando era troppo tardi”, “poche ore prima del decesso”. Sono questi agli aspetti che dovrà verificare la magistratura.
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I “dolori al petto”
La ricostruzione dei legali contiene orari e date, con documenti allegati. Tutto inizia il 16 ottobre del 2020, in piena notte, quando Antonina accusa forte mal di testa e dolore nella parte centrale del petto.
Dopo poche ore si reca nel reparto di neurologia dell’ospedale Cannizzaro per una visita programmata col neurologo: soffre di ipertensione e ha un principio di demenza senile.
Al neurologo – secondo la ricostruzione della difesa – racconta di essere affaticata e di sentire dolori al petto. Primo momento importante: il neurologo si accorge che alcuni parametri non sono corretti e invia la signora in pronto soccorso.
Arrivo al pronto soccorso
La signora barcolla, non si regge in piedi, lamenta dolori e stanchezza. Alle 11.32 – si legge nella ricostruzione difensiva – viene considerata da “codice giallo”. L’infermiere si accorge che la signora ha battiti bassi e pressione sanguigna fuori controllo. Antonina è sottoposta al prelievo del sangue, ecografia e tac alla testa.
Intorno alle 15, Antonina è in un corridoio e ha un collasso mentre tenta di andare in bagno da sola.
Il tempo passa, non si contano le diagnosi “volanti”, a voce. Cinque ore dopo l’arrivo in pronto soccorso “una dottoressa” parla di “attacchi di panico”.
Antonina è su una sedia a rotelle, invia alla figlia messaggi vocali, ma non ha più la forza per parlare.
Un’ora dopo viene dimessa con la diagnosi di “attacchi di panico”. In otto ore di permanenza in pronto soccorso, “nessuno le ha fatto un tampone per il coronavirus”, sottolineano i legali “e quello che è accaduto fino a quel momento, sommato a quello che accadrà il giorno dopo, sarà determinante per cagionare il decesso”.
Una notte difficile
Dopo la dimissione dall’ospedale con la diagnosi di “attacchi di panico”, Antonina ha una notte infernale, non riesce a prendere sonno, ha dolori al petto e mal di testa, non riesce quasi a parlare.
Il secondo giorno
Il 17 ottobre, i familiari di Antonina chiamano il 118, perché la signora, ipertesa, ha la pressione bassissima. L’ambulanza arriva alle 10.40, ma non è medicalizzata. Serve una seconda ambulanza, che giungerà nei pressi dell’abitazione 45 minuti dopo.
Antonina si reca per il secondo giorno nello stesso pronto soccorso: ancora una volta ottiene “codice giallo”.
Dopo qualche ora la figlia forza il posto di guardia e trova la madre su una lettiga, “fredda, in stato catatonico, di colore giallo e con difficoltà respiratorie”. Ci sono momenti di tensione, la figlia chiede che qualcuno intervenga.
Alle 13.00 “Antonina annaspa, perde lucidità”, si legge ancora nell’esposto.
Due ore dopo la dottoressa di turno comunica che la signora ha il cuore compromesso e che si trova in gravissime condizioni.
Passa ancora tempo, sono circa le 18.00, ma dopo circa 30 ore dalla prima richiesta di assistenza Antonina è sottoposta al tampone per il Covid-19 e risulta positiva.
Deve essere trasferita al Policlinico. Per i famigliari scatta l’isolamento. Un’ora dopo il responso del tampone, la signora muore.
I familiari adesso chiedono giustizia, “non possiamo accettare quello che è successo, ci siamo rivolti al sistema sanitario e nostra madre – dicono i figli – è stata abbandonata su una lettiga”.
Abbiamo contattato l’ospedale Cannizzaro, che esaminerà con attenzione il caso. La parola passa alla magistratura.

