Non è certo l’orribile sconfitta patita col Cesena, o non soltanto, a provocare il rimescolio e il rimuginare di tanti. Non è neanche la visione delle cose che, al momento, conduce a un’unica interpretazione possibile: il Palermo deve salvarsi. Non è nemmeno la malinconia che mette addosso una rosa inaridita, che ha il pregio di uno splendido difensore. E poi? Un portiere per non retrocedere, un centrocampo scarso e un attacco retto da un fuoriclasse che sta gloriosamente invecchiando, un fragile centravanti e una promessa incompiuta.
Ecco, a prescindere dal contesto, Mutu non c’entra se da sabato notte ci rimbomba in testa e nel cuore un vocabolo che mai avremmo voluto incontrare: “fallimento”. Sì, ovviamente il ritornello è noto. Senza Zamparini, etc, etc… Si potrebbe replicare così: tutti avevamo dei traguardi alla scuola elementare. Quando li abbiamo superati, essi non sono rimasti come obiettivi del nostro progresso. Ne abbiamo scovato di nuovi. E perciò, per similitudine, basta con la mozione degli affetti dei rosanero che andavano a Crotone. E’ storia passata. Maurizio Zamparini ha sorretto il Palermo e gli diciamo grazie. Ma ci ha guadagnato anche lui e – per quante doti abbia – il sor Maurizio non è San Francesco. Non usa intrattenersi in amene chiacchierate con passerotti in transito o con lupi nativi di Gubbio. Insomma, siamo pari.
Fallimento. Parola dura e necessaria. Non ancora attuale, però possibile. Fallimento incombente sul piano sportivo, se a gennaio non si interviene con lucidità e moneta per puntellare la squadra. Fallimento già in atto, se ripensiamo alla quantità di passione che è stata sprecata, smantellata, sminuzzata. C’era una volta il Palermo di Delio Rossi, che giocava un calcio mirabile. Il fatto che Delio intristisca sull’Arno non è una vittoria per nessuno: risparmiatevi i sogghigni. Casomai rappresenta la conferma di un destino spezzato. Anzi, dissipato.
O Rossi o morte? No. Nello specifico, Devis Mangia è un tecnico di sicuro avvenire, preparato e carismatico. E nulla si può obiettare ai calciatori che sputano l’anima in campo. Manca il progetto intorno. Manca un filo rosso e logicamente rintracciabile nel susseguirsi di sfasci e ricostruzioni “a muzzo”. Ieri, lo scarto, la mossa improvvisa, erano le corde dell’arco del presidente. Non è detto che debba essere eternamente così. E non è scritto sui muri che non si possa discutere serenamente di Zamparini, perché: o lui, o il diluvio… Tra le professioni di fede e la critica prevenuta, c’è un sentiero virtuoso. C’è il giudizio di chi ama qualcosa che vede improvvisamente a rischio. Vogliamo negarci pure questo?
