Delitto Sarchiè, la sentenza |Ergastolo per i due catanesi

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Il Gup ha condannato Giuseppe e Salvatore Farina, padre e figlio, alla pena più dura. I due sono accusati di aver ucciso il 18 giugno 2014 il commerciante di pesce Pietro Sarchiè.

 

MACERATA – Le pene inflitte dal giudice hanno superato anche le richieste dei pm. Il Gup di Macerata Chiara Minerva ha condannato i catanesi Giuseppe e Salvatore Farina all’ergastolo per l’omicidio di Pietro Sarchiè, l’ambulante di prodotti ittici ucciso, seppellito e poi bruciato il 18 giugno 2014 a San Severino Marche. Riconosciuta l’aggravante della premeditazione, mentre nessuna attenuante generica dovuta alla giovane età è stata riconosciuta al figlio. Pene più pesanti di quelle richieste dicevamo: i pm Stefania Ciccioli e Claudio Rastrelli avevano chiesto l’ergastolo per Giuseppe Farina e 20 anni per il figlio, Salvatore. La difesa per Farina jr aveva chiesto l’assoluzione.

Dietro l’efferato delitto ci sarebbe la conquista del mercato delle vendita al dettaglio di pesce nella zona. Era il 18 giugno quando i familiari di Pietro Sarchiè denunciano la scomparsa. La moglie non riceve più telefonate dal marito e lancia l’allarme. A quel punto scattano le indagini e le ricerche, il corpo sarà ritrovato dai Ris il 5 luglio nella Valle dei Grilli: era seppellito sotto rifiuti edilizi e il corpo era semicarbonizzato. Lo stesso giorno del ritrovamento i Farina prenotano il ritorno per la loro città d’origine Catania. Ai carabinieri che indagano non sfugge questo particolare e iniziano a stringere il cerchio intorno ai due catanesi: incrociano cellule telefoniche, analizzano i tabulati dei cellulari e esaminano ogni elemento ritrovato nel luogo della sepoltura. Secondo la ricostruzione degli inquirenti Sirchiè è stato tallonato sin da quando ha iniziato a fare le consegne quella mattina e poi intorno alle otto gli è stato teso un agguato. In pieno giorno Giuseppe Farina avrebbe sparato almeno 8 colpi, mentre il figlio avrebbe fatto da vedetta. Una volta ucciso avrebbero portato il cadavere nel luogo prescelto e poi lo avrebbero seppellito e bruciato. E nei giorni a seguire – raccontano alcuni testimoni – si sarebbero recati sul posto gettando rifiuti e anche quelle mattonelle che hanno portato gli inquirenti dritti al nome di Santo Seminara, imputato nel troncone ordinario per favoreggiamento, ricettazione e riciclaggio. E’ lui che avrebbe fornito il capannone dove poi è stato smantellato il furgone dell’ambulante ucciso. Coinvolta anche un’altra persona: Domenico Torrisi che ha patteggiato la pena a un anno e 11 mesi.

Emozionata Jennifer Sarchiè, la figlia dell’ambulante ucciso, che al telefono commenta: “La condanna all’ergastolo ha dato un senso a quello che è successo. La mia famiglia è stata distrutta”. Il dolore rimane, forte e graffiante, ma questa sentenza forse lenisce le ferite e riempie l’enorme vuoto lasciato dalla morte atroce del padre. La strada processuale, però, ancora non è terminata. Oggi si è chiuso soltanto il capitolo del primo grado di giudizio.

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