Droga, mafia, degrado: ''Aiutateci'' | C'è chi non vuole sprofondare - Live Sicilia

Droga, mafia, degrado: ”Aiutateci” | C’è chi non vuole sprofondare

Piazzale Ingazio Calona, a Brancaccio

A Palermo l'arresto di un pusher sedicenne svela la ribellione di alcune famiglie di Brancaccio.

PALERMO - LA STORIA
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3 min di lettura

PALERMO – Qualcuno ha chiamato il 113. Qualcun altro ha spedito una lettera al commissariato di Brancaccio. “Non ne possiamo più”, c’era scritto. Non ne possono più degli spacciatori. Giorno o notte, non c’è differenza: i pusher fanno un turno non stop in piazzale Ignazio Calona e nelle strade limitrofe del quartiere Sperone. I palazzoni di edilizia popolare pare siano stati costruiti per separare una fetta di città dal mondo circostante. E così negli anni sono diventati un bunker della droga. Non è una pellicola cinematografica. È vita reale.

Fino a sessant’anni fa allo Sperone ci si andava per il mare. Ora il mare neppure si vede. La speculazione edilizia ha murato la visuale e seppellito la speranza. C’è, però, chi si ribella. Da queste parti prendere carta e penna per scrivere agli sbirri, seppure in forma anonima, è una richiesta di aiuto prima ancora che un gesto di coraggio. È un colpo di reni contro l’omologazione culturale, un modo per spalancare la porta di accesso ai palazzoni delle case popolari disposti a circolo. Sembra la cinta muraria di una fortezza. C’è sempre una sentinella pronta ad avvertire il pusher dell’arrivo della polizia. Due giorni fa il meccanismo si è inceppato. Gli agenti di una volante sono stati veloci. La fuga dello spacciatore è durata una manciata di metri.

Basta guardare la sua storia per trovare la genesi di quel grido di allarme in forma di anonima: ha 16 anni, spacciatore in una famiglia di spacciatori, nascondeva 150 grammi di hashish e marijuana nello zianetto e 600 euro in tasca. Gli affari andavano a gonfie vele. Una madre o un padre devono avere avuto paura che al figlio, prima o poi, toccasse la stessa sorte e hanno chiesto aiuto alla polizia.

Si comincia a lavorare presto nelle piazze dello spaccio palermitano. A sedici anni ci si dovrebbe affacciare alla vita da adulto ed invece c’è chi della vita ha già sperimentato il peggio. Per chi lavorava il ragazzino che ha bruciato le tappe? Impossibile che facesse tutto da solo. Qualcuno ha sfruttato la sua tenera età forse per l’impunibilità che, almeno per il momento, ne deriva.

Non si finisce per caso in strada a spacciare, specie in una zona dove la criminalità organizzata controlla persino la festa della borgata. Quando sul palco salgono i cantanti neomelodici napoletani, la gente accorre in massa. Per piazzare una bancarella abusiva di bibite e cosi ruci (cose dolci) si deve chiedere il permesso agli emissari della mafia. Lo scorso luglio boss e gregari della zona sono stati arrestati dai poliziotti della Squadra mobile e dai finanzieri della polizia tributaria. Ed è in questo contesto che è emerso il controllo sistematico degli uomini di Cosa nostra sui palazzoni popolari che tutti chiamano “le case bianche”.  “Con Giuseppe devi parlare”, dicevano agli ambulanti. Le microspie hanno registrato come Giuseppe Di Fatta, uno dei 34 arrestati del blitz, gestiva il controllo del territorio. Un controllo reso granitico dall’omertà.

Accade, però, che qualcuno chiami o scriva ai poliziotti per raccontare chi e dove spaccia. Una richiesta di aiuto che, dice un investigatore, “registriamo con fiducia da alcuni mesi”. È il colpo di reni di chi grida che “a case bianche ci sono tante persone perbene”.


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