Tutti adesso la ricordano e la piangono. I tweet e i messaggi, giustamente, fioccano. Sergio Mattarella, Paolo Gentiloni, Matteo Renzi, Angelino Alfano e tanti altri commemorano Fabrizia Di Lorenzo, uccisa in Germania, nella strage di Berlino, ragazza italiana che, per ricerca di fortuna altrove, è diventata vittima del mondo.
E sarebbe vile costruire una orrenda polemica deterministica di infima sconcezza: la creazione di un ponte inesistente tra l’infelice boutade di Giuliano Poletti sui giovani che vanno via e su Fabrizia che era andata via e che, se non fosse andata via, forse sarebbe ancora viva. Non ci sono legami tra questo dolore e quella sciocchezza.
Fabrizia, 31enne, volto dolce, attraversato da sorrisi e speranze, era un’anima con le vele spiegate. Non sappiamo quanto ci fosse, in percentuale, tra necessità e desideri, nella semina di un suo destino straniero. Non sappiamo se fosse solo sopravvivenza, oppure libertà d’orizzonte.
Ma una cosa vorremmo dirla, sommessamente, alla politica, ai politici che hanno diritto alla fiducia nei loro sentimenti umani. I ragazzi italiani soffrono. Alcuni vanno via. Altri restano. Tutti vorrebbero un futuro. Perciò, una cosa per loro potete farla: iscrivete i loro sogni nelle vostre agende in pelle. Sottolineateli in rosso. Non dormiteci la notte, finché non saranno realizzati.
E imparate i loro nomi, i nomi dei ragazzi che cercano una strada. Imparateli a memoria, mostrando di averne cura sempre, non solo quando tornano a casa, da un’altra patria che li ha adottati, avvolti in una bandiera tricolore.

