PALERMO – Condannati i padri, assolti i figli dopo dieci anni di processo e quattro gradi di giudizio.
La faida di Borgetto
La terza sezione della Corte di appello presieduta da Enzo Agate, il 15 gennaio scorso, ha confermato la condanna di Nicolò Salto e Giuseppe Giambrone, che dovranno scontare 18 e 15 anni di reclusione (la pena per entrambi era già definitiva, si doveva solo valutare la questione legata alle misure di sicurezza). I due sono liberi perché erano decorsi i termini di custodia cautelare per il tardivo deposito delle motivazioni della sentenza della prima Corte di appello.
Assolti invece i figli, Antonino Salto e Francesco Giambrone. Il primo era latitante negli Stati Uniti ma lo status di fuggitivo per la legge italiana decadrà alla luce dell’assoluzione. In primo grado avevano avuto rispettivamente 16 e 17 anni di carcere.
Il processo nasceva dal rinvio della Cassazione. Accolta la tesi degli avvocati Raffaele Bonsignore e Paola Polizzi che difendono gli imputati, arrestati a maggio del 2016 nell’ambito dell’operazione “Kelevra”.
Il blitz e gli arresti
Il blitz ricostruì la faida tra i Salto e i Giambrone per il controllo di Borgetto.
L’11 febbraio del 2013 era stato scarcerato per fine pena Nicolò Salto, storico esponente del clan che si contrapponeva ai Nania-Giambrone. Una contrapposizione che aveva già condotto all’omicidio di Antonino Salto. Nel 2013 nel corso principale del paese le telecamere ripresero un incontro fra Nicolò Salto e Giuseppe Giambrone: basta guerra e piombo. Anche Salto era sopravvissuto a un agguato e fu siglata una pax mafiosa. Si ripartiva con il pizzo e il controllo dei lavori pubblici.
Giambrone erano stati dichiarati colpevoli in primo grado nel 2019 dalla seconda sezione del tribunale. Le loro pene erano state poi ridotte in un primo processo d’appello, rispettivamente da 16 a 9 anni per Giambrone e da 17 a 12 anni per Antonio Salto. La sentenza era stata annullata con rinvio dalla Suprema Corte e il 15 gennaio scorso è arrivata l’assoluzione con la formula “per non aver commesso il fatto”. Una sentenza emessa nel giorno in cui a Partinico hanno ammazzato l’allevatore Vito La Puma.

