Privatizzazione della Gesap | Passo indietro della Provincia

Privatizzazione della Gesap | Passo indietro della Provincia

Comune e Camera di Commercio potrebbero anche andare avanti da soli, ma Lapiana avverte: "Valuteremo i passi da compiere".

la guerra dell'aeroporto
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PALERMO – La Provincia decide di tirarsi indietro e la privatizzazione dell’aeroporto di Palermo diventa un rebus. Nel corso di un teso cda, la Gesap, società che gestisce lo scalo, ha infatti dovuto prendere atto della comunicazione del commissario di Palazzo Comitini, Domenico Tucci, che ha di fatto revocato il mandato alla privatizzazione. Una marcia indietro che ha mandato su tutte le furie la Camera di Commercio e il comune di Palermo, che sarebbero comunque intenzionate ad andare avanti.

“Il Consiglio di amministrazione della Gesap, la società di gestione dell’aeroporto Falcone e Borsellino – si legge in una nota – preso atto della comunicazione pervenuta dalla Provincia Regionale di Palermo, si è rivolto al Comune di Palermo e alla Camera di commercio per ricevere ulteriori istruzioni per proseguire il processo di privatizzazione, che auspica possa procedere senza ulteriori ritardi”. Una nota stringata, l’unica dichiarazione ufficiale dei vertici, che però non nasconde l’amarezza per lo stop all’iter di privatizzazione, peraltro imposto per legge.

Una situazione di stallo, anticipata sabato scorso da Livesicilia, e che fa pensare a un interessamento diretto della Regione sulla scorta di quanto già successo a Trapani, con Palazzo d’Orleans che ha rilevato le quote della Provincia entrando a pieno titolo nella società di gestione. Copione che potrebbe ripetersi anche a Palermo, dove si gioca una delicatissima partita. A gennaio, infatti, si dovrà ricapitalizzare l’azienda con almeno 40 milioni e lì si capiranno le intenzioni della Regione, che dovrebbe mettere i soldi sul piatto; mossa che costringerà gli altri soci a fare lo stesso per evitare di perdere la maggioranza azionaria. Ma a quel punto non sarà più possibile procedere comunque con questa privatizzazione, ma bisognerà interrompere l’iter e cominciarne uno nuovo. E poi ci sarà anche la questione dei 140 milioni per gli investimenti, pena la revoca della licenza da parte dell’Enac.

Il cda ha così inviato una lettera al comune di Palermo e alla Camera di Commercio per conoscere la posizione degli altri due soci, ovvero per capire se hanno intenzione di revocare o meno anche loro il mandato. “Questa comunicazione noi non l’abbiamo ricevuta – dice Tucci – ma siamo determinati a proseguire sulla strada della privatizzazione. Non appena riceveremo questa comunicazione, chiariremo la nostra disponibilità”. Una dichiarazione sibillina che fa a pugni però con quanto successo oggi. Perché se anche la Provincia volesse proseguire sulla strada della privatizzazione, è anche vero che chiede di farlo a condizioni differenti da quelle odierne.

Il bando per l’advisor, che sarebbe dovuto essere approvato oggi, è ormai saltato e tutto è rimandato anche se Palazzo delle Aquile non sembra disponibile a farsi mettere nell’angolo. “Nessuno nell’Amministrazione comunale di Palermo, né in Giunta né in Consiglio comunale ha mai pensato di vendere a qualsiasi condizione la quota azionaria posseduta in Gesap – dice in una nota il vicesindaco Cesare Lapiana – al contrario, abbiamo sempre sostenuto che la vendita dovrà garantire all’Amministrazione comunale un introito adeguato al valore dell’azienda e agli investimenti che sono stati fatti nel tempo”. Il Comune minaccia, insomma, di bloccare la vendita ma più che altro per dimostrare di non voler passare per chi vuole a tutti i costi i privati e, probabilmente, anche per alzare il prezzo. “Ovviamente – ha però specificato Lapiana – la procedura di vendita imposta dalla legge dovrà essere portata a termine anche se alla luce di quanto emerso in queste ore sarà necessario prevedere e valutare con attenzione gli ulteriori passaggi formali e istituzionali”.

La delibera votata da Sala delle Lapidi prevede però che al Comune resti il 10 per cento delle azioni per esercitare il controllo, ma così facendo la parte da cedere ai privati sarebbe inferiore al 50 per cento e quindi contra legem, per non parlare del fatto che un privato difficilmente deciderebbe di fare il socio di minoranza di un ente pubblico. A questo punto piazza Pretoria potrebbe essere costretta a rivedere le sue carte, in un “mano” dagli esiti imprevedibili.

 

 


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