Gli amici e gli sbirri: l'audio che incastra Vernengo

Gli “amici” e gli “sbirri”: l’audio dell’uomo del pizzo

Il retroscena dell'arresto di Giuseppe Vernengo

PALERMO – C’è una parola che si ripete spesso nel dialogo fra la presunta vittima del pizzo e l’estorsore. Ed è “sbirri”, anche nella declinazione “sbirritudine”. Giuseppe Vernengo la pronunciava spesso come emerge dall’audio che l’imprenditore ha consegnato ai poliziotti della sezione Criminalità organi della squadra Mobile.

Sì è presentato con il cellulare in modalità registrazione, esasperato com’era per la richiesta di soldi, le angherie subite e le minacce.

Una volta Vernengo tirò fuori dal portabagagli della sua Mercedes una mazza da baseball, voleva picchiare il figlio dell’imprenditore che in precedenza era stato schiaffeggiato.

I problemi sono iniziati nel 2023 quando l’imprenditore ha ottenuto una commessa pubblica. A gennaio l’ultimo, e inquietante, episodio su cui si deve ancora fare piena luce: qualcuno ha lanciato un ordigno rudimentale nell’edificio in costruzione in una stradina non lontano da corso dei Mille. Un grosso petardo che ha lasciato tracce di fumo e cenere a terra.

Le registrazioni e la richiesta di soldi

Poco prima di Natale la decisione di registrare l’ennesimo faccia a faccia. Ed ecco ripetersi la parola “sbirri” usata per rimarcare la netta differenza fra loro e gli imprenditori.

“Lei può parlare con gli sbirri, lei può fare quello che vuole, noi altri parliamo noi gli altri ma lei è sempre di sbirritudine, a me mi seccano gli sbirri”, diceva Giuseppe Vernengo finito in carcere mentre il figlio Giusto ha il divieto di dimora a Palermo.

Successe che la vittima chiamò i vigili urbani perché la macchina di Vernengo impediva il passaggio dei mezzi. Pure le pozzanghere causate delle buche nell’asfalto diventavano un pretesto per alzare la voce.

Le richieste di soldi, che la Procura inquadra come pizzo, ammonterebbero a quattromila euro di cui una parte pagata.

Il pizzo per gli “amici”

I soldi, diceva Vernengo nella registrazione, erano per gli “amici”. “Io amici non ne ho, i miei amici sono i carabinieri, la polizia il prefetto”, ribatteva l’imprenditore.

“Parlate sempre di sbirri, sempre di sbirritudine parlate – lo incalzava Vernengo -. Ora io ci sto dicendo una cosa o si mette d’accordo con noi… o andiamo avanti e possiamo andare ovunque”.

“Lei mi sta minacciando. Lei è quello che mi deve portare 1.500 euro che già ho anticipato”, rispondeva il costruttore che chiedeva la restituzione dei soldi.

“Lei deve ringraziare invece, li deve lasciare agli amici”, tagliava corto Vernengo. La volta prima aveva detto che i “picciotti” avevano bisogno di “duemila euro”.

I picciotti e gli amici da una parte, gli sbirri dall’altra. La demarcazione è netta, al di là delle valutazioni processuali che devono essere ancora fatte.

Secondo la Direzione distrettuale antimafia di Palermo,la vicenda configura un estorsione aggravata dal metodo mafioso. Vernengo è un cognome che da sempre conta nel mandamento di Santa Maria di Gesù.


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