POZZALLO (RAGUSA) – Altri due presunti scafisti del ‘peschereccio della morte’ di Pozzallo, nel quale hanno perso la vita 45 migranti, sono stati fermati dalla polizia giudiziaria su provvedimento della Procura di Ragusa. Sono due senegalesi. Ieri erano stati già fermati un altro senegalese e un giovane del Gambia. Tutti e quattro sono accusati di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e di morte come causa di un altro delitto. L’equipaggio avrebbe ricevuto 15mila euro dai trafficanti per il viaggio.
Il provvedimento è stato notificato agli indagati da agenti della squadra mobile della Questura di Ragusa e del Servizio centrale operativo della Direzione generale anticrimine della polizia di Stato, e da militari della guardia di finanza di Pozzallo e carabinieri della compagnia di Modica. Alla loro identificazione gli investigatori sono giunti grazie a testimonianze di migranti sopravvissuti e ai video girati da alcuni di loro con il telefonino durante il viaggio. La Procura di Ragusa ha chiesto la convalida dei quattro fermi ipotizzando i reati di associazione per delinquere finalizzata all’immigrazione clandestina e morte come conseguenza di altro delitto. L’udienza di convalida si terrà domani davanti al Gip del Tribunale Ibleo.
Intanto, emergono nuovi particolari sulla tragedia. Un peschereccio tunisino si sarebbe avvicinato a quello partito dalla Libia con oltre 600 migranti per soccorrerlo, visto che erano troppi, ma “il comandante ha detto di no, avrebbero perso i soldi, così ha cambiato rotta ed è andato via”. E’ quanto emerge dalle testimonianze raccolte dalla squadra mobile di Ragusa nell’ambito dell’inchiesta sui migranti morti, le cui salme sono a Pozzallo. “Gli dicevamo che serviva acqua e cibo per i nostri compagni di viaggio che erano nella stiva – racconta un altro sopravvissuto – ma l’equipaggio si è chiuso nella cabina mangiando e bevendo; noi non avevamo nulla da dare”. “Mi sono accorto che c’era un compagno di viaggio morto la mattina dopo della partenza – sostiene un migrante – lo hanno tirato su dalla stiva; una volta sopra hanno provato a rianimarlo ma non c’è stato nulla da fare quindi lo hanno messo giù; non sapevo ci fossero tutti questi morti”. “Sono salito tra gli ultimi a bordo – ricorda un siriano – ed avendo visto che eravamo in centinaia ho chiesto ad un libico se erano sicuri di farci partire così; mi ha risposto che l’equipaggio aveva preso 15.000 dollari e che ci avrebbero portati in Italia senza problemi”. “Noi siriani – spiega uno dei superstiti – avevamo il giubbotto salvagente perché lo paghiamo prima di salire a bordo, gli altri non hanno denaro sufficiente”. E chi non aveva i soldi necessari si arrangiava “comprando camere d’aria” da usare come salvagente.

