Perché non ascoltare cosa ha da dirci Giuseppe Graviano? La prospettiva andrebbe ribaltata: bisognerebbe chiedersi semmai perché si dovrebbe dare la parola al boss stragista di Brancaccio.
La decisione spetta al giudice per le indagini preliminari di Caltanissetta, Santi Bologna, sul cui tavolo c’è la richiesta di archiviazione da parte della Procura della Repubblica dell’inchiesta su Marcello Dell’Utri, indagato con l’accusa di essere il mandante esterno delle stragi del 1992.
L’avvocato di Graviano, Antonio Sanvito, ha fatto sapere che il suo cliente vuole essere ascoltato. Secondo i pm, è tempo perso (e di tempo se n’è bruciato fin troppo dopo anni e anni di indagini senza esito) perché il capomafia è inattendibile. Sulla stessa lunghezza d’onda i legali dell’ex senatore e co-fondatore di Forza Italia (nessuno si aspettava una posizione diversa) ma anche l’avvocato Fabio Trizzino, legale dei figli del giudice Paolo Borsellino.
Qui si consuma l’ennesima e netta divisione con Salvatore Borsellino, fratello del magistrato ucciso. L’avvocato che lo rappresenta, Fabio Repici, è stato l’unico a opporsi alla richiesta, chiedendo al Gip, in caso di riapertura dell’indagine, di ascoltare Graviano nel corso di un incidente probatorio.
Un mafioso sanguinario
La storia dice che Graviano è stato e resta un mafioso sanguinario che ha ucciso anche donne e bambini e ordinato di ammazzare il beato Pino Puglisi. Non si è mai pentito, ma neppure dissociato da Cosa Nostra. Al contrario ormai da anni – perché ha avuto la possibilità di rispondere alle domande come tutti gli imputati – se ne va in giro a negare di avere compiuto le stragi. Si definisce vittima di un complotto ordito da altri – Silvio Berlusconi in primis al pari di qualche pentito – per fregarlo. Berlusconi con cui dice di essersi incontrato tre volte e di avere fatto affari miliardari.
Nel frattempo Graviano è pure finito sotto processo per calunnia. A Reggio Calabria ha detto che il killer Gaetano Grado partecipò all’omicidio del poliziotto Nino Agostino e della moglie Ida Castelluccio. Circostanza smentita da Grado che ha dimostrato come all’epoca del barbaro assissinio fosse detenuto.
Ce n’è abbastanza per ipotizzare che sia un depistatore che manda messaggi. Il partito di chi vede nel no dei pm nisseni all’audizione di Graviano una volontà di zittirlo perché si ha paura della verità grida allo scandalo. Storia che si ripete. Era già accaduto, infatti, anche quando, nel il 2016, il mafioso di Brancaccio fu intercettato nel carcere di Ascoli Piceno, mentre parlava con Umberto Adinolfi, il camorrista con cui condivideva l’ora di passeggio.
Le intercettazioni su Berlusconi
Ce l’aveva a morte con Berlusconi, che accusava di averlo tradito e fatto marcire in galera dopo che gli era stato chiesto di fare “una bella cosa”. E cioè le stragi, per accelerare la scalata politica del Cavaliere. C’è un particolare di cui non si può non tenere conto. Graviano allora sapeva di essere intercettato e non perché lo avesse ipotizzato, sapendo che un capomafia del suo spessore meriti il massimo dell’attenzione investigativa.
La sua certezza scaturiva dal fatto di avere visto gli operai lavorare al nuovo impianto di video sorveglianza. Un impianto all’avanguardia che registra anche l’audio. Non come quello vecchio che catturava solo le immagini. “Sono degli spioni”, diceva Graviano ad Adinolfi: “… forse non mi sono spiegato, un mese fa hanno messo queste del primo passeggio, mentre quelle degli altri due passeggi non erano pronte”.
Eppure Graviano parlava, parlava, parlava. Si è legittimati a credere che volesse essere ascoltato. Da un ventennio le indagini sui presunti intrecci tra “poteri occulti” e mafia vengono avviate, chiuse, riaperte e nuovamente archiviate. Niente paura, però. Se non sarà il gip di Caltanissetta ad ascoltare Graviano saranno, il 21 settembre, i magistrati di Firenze che stanno processando per calunnia Salvatore Baiardo, il gelataio di Omegna e favoreggiatore dei Graviano. Baiardo disse di avere mostrato a Massimo Giletti una foto che ritraeva Graviano, il generale Giulio Delfino e Silvio Berlusconi. Poi fece marcia indietro e si rimangiò tutto. Da qui il processo per calunnia.
Il ‘giallo’ della paternità
Graviano, che ci tiene a far sapere che non ha alcuna intenzione di collaborare con la giustizia, colga l’occasione per guadagnarsi la patente di attendibilità. Potrebbe spiegare come ha fatto a diventare padre. Ufficialmente nel 1996 Giuseppe Graviano e il fratello Filippo – detenuti al 41 bis già dal 1994 – sarebbero riusciti a fare uscire dal carcere le provette con il proprio liquido seminale.
Una versione che egli stesso ha smentito nelle confidenze al suo compagno d’ora d’aria: sarebbe riuscito a mettere incinta la moglie all’interno del carcere. Alla donna sarebbe stato permesso di entrare nel penitenziario. “Dormivamo nella cella assieme”, diceva Graviano. Dica chi lo aiuitato.
Già che ci siamo, spieghi pure come riesce a soddisfare le esigenze economiche della sua famiglia. Qualche anno fa in una pompa di benzina a Palermo i finanzieri trovarono la contabilità.
Cinque pizzini nascosti dentro una scatola di metallo. Non fu difficile decifrarli. C’erano le iniziali dei nomi e le cifre degli stipendi che i nuovi boss di Brancaccio dovevano garantire alla famiglia dei capimafia stragisti.
Quattro mila euro spettavano a Rosalia Galdi, detta “Bibiana”, moglie di Giuseppe Graviano (“4000 bib.”). Stessa cifra alla moglie di Filippo Graviano, Francesca Buttitta (“4.000 F.”). A Nunzia Graviano, “a picciridda”, la sorella dei boss, invece, andavano garantiti cinque mila euro (“4.000 picc+1.000”). L’altro fratello, Benedetto Graviano, doveva accontentarsi di mille euro (“1.000 Ciccio Benni”).
Ed ancora sotto la dicitura “tot. 10.275 dell’Agip ok” c’era un’ulteriore suddivisione di denaro: 3.875 ciascuno destinati alle consorti di Giuseppe e Filippo Graviano (“3.875+F” e “3.875+B”).
Circa venti mila euro al mese per le spese quotidiane. Da dove arrivavano i soldi? Ci dica qualcosa di concreto Graviano, invece di negare l’evidenza giudiziaria, ormai storicizzata, del suo ruolo nelle stragi. In quel caso si valuterà il da farsi.
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Il male che non si dimentica
Lo Stato è abituato ‘a scendere a patti con il diavolo’. Prendete Giovanni Brusca. Meritava il carcere in eterno ed è un uomo libero. Si è pentito in un momento storico in cui c’era bisogno di fare un accordo per contrastare una mafia che sembrava invincibile. Sapere che chi ha ordinato di ammazzare e sciogliere nell’acido il piccolo Giuseppe Di Matteo è libero provoca il voltastomaco, ma i patti erano questi e ha scontato 30 anni. Ad onore del vero qualcuno si è turato il naso consentendo all’ondivago Brusca di raccontare a rate e fuori tempo massimo ciò che diceva di sapere. Le sue dichiarazioni erano condite con il colpo ad effetto al momento giusto. Non erano questi i patti ma tant’è. Nel frattempo incassava permessi su permessi.
Ora è diverso. Perché non dare diritto di parola a Graviano che non è neppure imputato nel processo? Perché sì, dovremmo chiederci. Parli, altrimenti resti dove merita di stare, in carcere e per sempre. Il male che ha provocato non si dimentica.



