Il clochard bruciato vivo FOTO | Il giorno dell'addio a Marcello

Il clochard bruciato vivo FOTO | Il giorno dell’addio a Marcello

Il corteo al funerale

"A Marcello abbiamo tolto la dignità, abbiamo tolto la vita", ha detto padre Cesare durante l'omelia

IL DELITTO DI PALERMO
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PALERMO – Dopo l’orrore è il giorno dell’addio. Una chiesa gremita in via Verdinois al Villaggio Santa Rosalia ha salutato per l’ultima volta Marcello Cimino, il 45enne bruciato vivo venerdì notte mentre dormiva in piazza Cappuccini, nei pressi della mensa.

Un corteo di amici, parenti e conoscenti ha accompagnato il feretro da via Vincenzo Barone – dove si trova la casa che il 45enne aveva lasciato – fino alla chiesa, la parrocchia Annunciazione del Signore. “Vogliamo dare il nostro ultimo saluto a Marcello – ha detto padre Cesare Rattoballi – e pregare per la sua famiglia, che abbiano la serenità e la pace che meritano”. In prima fila l’ex moglie di Cimino con le due figlie, che fino all’ultimo hanno accarezzato e baciato la bara tra le lacrime. “Non doveva finire così, papà – hanno detto salutando per l’ultima volta il padre – non ci possiamo credere”. In terza fila, insieme ad alcuni parenti dell’uomo, il sindaco Leoluca Orlando.

Dolore e rabbia prima e dopo la celebrazione del funerale. “Deve fare la stessa fine di Marcello – hanno urlato alcuni dei presenti riferendosi a Giuseppe Pecoraro, reo confesso dell’omicidio -. Ormai Marcello non c’è più, due ragazze non hanno più un padre”.

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“Marcello è stato chiamato, mandato e voluto da Dio – ha detto durante l’omelia il sacerdote – e cosa gli abbiamo fatto con la nostra indifferenza, con la nostra burocrazia, con la mancanza di lavoro? Parlo alle nostre coscienze, perché a Marcello abbiamo tolto la dignità, abbiamo tolto la vita. Nessuno può uccidere nessuno, solo Dio è arbitro della nostra vita. La fiamma che si è accesa quella notte, è una fiamma di denuncia, che deve smuovere le coscienze e porta con sé le nostre povertà, le nostre miserie. Cosa ne abbiamo fatto di Marcello? Ne abbiamo fatto una torcia umana. Una torcia umana che grida alla nostra società: grida il dolore, l’indifferenza, chiede dignità ed onore. A Palermo ci sono 2500 clochard: può una città occuparsi solo dei problemi del centro storico? Oppure un Comune deve occuparsi anche delle periferie e dei quartieri più critici? Dove sono gli assistenti sociali? La nostra Palermo può essere ancora funestata dalla mancanza di lavoro?”.

Don Cesare ha poi proseguito delineando un ritratto di Cimino, che era un “cenciaiolo”: raccoglieva ferro per rivenderlo e portare pochi euro a casa. “Adesso che anche ai raccoglitori di ferro è stato impedito di comprarsi un pezzo di pane – ha detto – qualcuno si è posto il problema di come mangeranno? Palermo è in ginocchio, una città povera che ha fame. Ci sono gli ambulanti di frutta e verdura, i posteggiatori, persone che potrebbero trovare una opportunità di lavoro, una collocazione e invece  sono emarginati. E la vita di Marcello è finita in questo modo, nella disperazione”.

L’omelia di padre Cesare si è conclusa tra gli applausi. Gli stessi che hanno accompagnato l’uscita dalla chiesa del feretro di Cimino. La folla gli ha detto addio con il suo brano musicale preferito, “Ciao” di Gianni Celeste. Sulla bara anche una sciarpa del Palermo, la squadra del cuore di Marcello Cimino. “Ciao grande – hanno urlato gli amici – questa canzone è per te”.

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