PALERMO – Le sue dichiarazioni non sono necessarie per la decisione. I verbali di Giovanni Johnny Lucchese non entrano nel processo.
Un epilogo inaspettato visto che i primi racconti dell’aspirante collaboratore di giustizia riguardavano i presunti boss e picciotti del suo mandamento, Brancaccio. Non è neppure necessario sentirlo in aula.
Il giudice per l’udienza preliminare Gugliemo Nicastro ha studiato i resoconti di Lucchese e ha scelto di non acquisirli. Inutili, superflui, ininfluenti? Difficile stabilirlo ora. Si deve attendere la decisione finale sui trentadue imputati tutti coinvolti, nel luglio dell’anno scorso, nel blitz della Squadra mobile e del Nucleo di polizia economico-finanziaria della guardia di finanza. L’elenco degli imputati si apre con Pietro Tagliavia, cognato di Lucchese, considerato l’ultimo capo mandamento di Brancaccio.
Di cose Lucchese ne ha raccontate parecchie e altre le sta ancora verbalizzando. Molte le ha apprese essendo cresciuto accanto allo zio killer, Giuseppe Lucchese, che uccise la madre del dichiarante, e al padre Nino, oggi ergastolano. Di certo il suo verbale non è stato ritenuto necessario dal giudice. Non serve per decidere le sorti processuali degli imputati. Non fornirebbe quel valore aggiunto che si chiede a un collaboratore. Si tratta della prima valutazione nel primo processo dove Lucchese avrebbe potuto essere sentito. Non è un giudizio sulla sua credibilità, ma la mancata acquisizione dei verbali sulla sua famiglia mafiosa è un colpo di scena.

