Il Pd, Renzi, gli alleati |Qualcuno ponga fine al disastro

Il Pd, Renzi, gli alleati |Qualcuno ponga fine al disastro

La tragica sceneggiata dell'improvvisazione al potere continua. E chi potrebbe staccare la spina a questa legislatura ha dato prova di non volerne sapere.

Avremmo voluto cominciare questo articolo con un appello. Rivolgendoci a qualcuno che sia nelle condizioni di porre fine alla tragica sceneggiata in cui la Sicilia è invischiata sotto l’inadeguata gestione di Rosario Crocetta. Avremmo voluto farlo, ma passando in rassegna i possibili destinatari di questo appello, c’è toccato con sconfortato realismo depennarli uno per uno dalla lista.

Avremmo voluto rivolgerci al Pd siciliano. Che oggi ha appreso dai giornali dell’interim che Crocetta l’improvvisatore si appresta ad assegnare a Mariella Lo Bello alle Attività produttive. Avremmo voluto chiedere al partito che ha più di altri sulla coscienza di aver spedito a Palazzo d’Orleans un presidente come Crocetta e di avercelo lasciato per tre rovinosi anni di aprire gli occhi, lasciarsi scuotere da un sussulto di dignità e farla finita con questo teatro. Ma è ormai fin troppo chiaro che dal Pd siciliano non c’è da aspettarsi niente di simile. Da anni, il partito porta avanti un balletto tragicomico con palazzo d’Orleans, danzando su uno spartito fatto di polemiche e inciuci, scomuniche e accordi, anatemi e spartizioni. Un passo avanti e uno indietro, la tarantella indecente tra il governatore e il suo partito continua, sulle note di un altro rimpasto (tra consumati e ormai poco credibili propositi di cambio di passo), ammesso che ci si arrivi davvero. Nessuno oggi lo sa visto anche che, precocemente dimenticate le vicende tutinesche, ci hanno pensato le parole di Marco Venturi a riaccendere nel Palazzo il timore di qualche frana giudiziaria che investa il governo. Intanto, a franare è la Sicilia. Ma il Pd aspetta. E si consulta, con gli alleati di ieri, oggi e domani. Stringe accordi che presenta come svolte salvo poi leggere i partner degli stessi accordi ridimensionarne la portata nelle dichiarazioni pubbliche (vedi Ncd). E avanti così.

A chi appellarsi allora? A Crocetta stesso? Quanto sia vano lo abbiamo sperimentato da tempo. Dal governatore dell’estemporaneità e dell’approssimazione non c’è da aspettarsi passi indietro. Resterà al suo posto fino alla fine, narciso e avventato come Custer a Little Big Horn. E non batterà ciglio di fronte alla fuga continua dei suoi assessori, alle disordinate transumanze che all’Ars si consumano attorno ai suoi governi, ai pasticci degli interim che assume per poi dover subito togliere il disturbo. Lo ha fatto alla Sanità dopo l’addio di Lucia Borsellino. Abbiamo scritto per giorni che profili di opportunità lo sconsigliavano, viste le intercettazioni (quelle “pacifiche”) del caso Tutino. Poi è arrivato il lungo interim alle Attività produttive. Anche qui, con un altro ciclone di scandali alle porte, Crocetta molla. Ancora una volta con una condotta incoerente e improvvisata che lo ha visto nell’arco dello stesso pomeriggio agnellino e leone verso le accuse di Alfonso Cicero. Stavolta il presidente lascia posto a un altro interim. Il che significa che quando il titolare verrà a sostituire la Lo Bello, avremo totalizzato un altro record: quattro assessori in un paio di mesi per una sola poltrona. Tutto condito da una spolverata di veleni, sospetti, accuse (inquietanti) e ritorsioni, in cui i totem di una legalità sbandierata, di quell’antimafia di potere a cui ormai non crede più nessuno, si sgretolano e finiscono in polvere. La macchina della Regione appare sempre più allo sbando, sempre più impazzita. Ma non sarà Crocetta a cedere il volante.

A chi affidare allora le speranze della Sicilia nella fine di questo spettacolo di varietà che non fa più ridere da un pezzo? Uno ci sarebbe. Se volesse, Matteo Renzi che non è solo premier ma anche leader del Pd, potrebbe metterla lui la parola fine, potrebbe far scorrere quei titoli di coda evocati da Cracolici prima che quest’ultimo tornasse, nel perenne balletto dem, a vestire i panni del sostenitore del governo. Sì, Renzi potrebbe. Ma temiamo che non lo farà. Perché ci siamo fatti ormai chiara l’idea che Matteo Renzi abbia tutta l’intenzione di tener lontane da sé la Sicilia e le sue rogne. Il premier ha lasciato l’Isola alle cure del suo luogotenente. Che nei rapporti con Crocetta ha fatto e disfatto, tra guerra e pace, tra pubbliche reprimende e private intese su poltrone poltroncine, in modo non dissimile dal resto del suo partito. No, non ci aspettiamo che Renzi muova un dito per porre fine a questo spettacolo. Ormai non più.

Chi resta, allora, tra coloro che sono nelle condizioni di fare qualcosa per archiviare questa pagina? Forse gli alleati di governo del Pd all’Ars? Saremmo alla fantascienza, visto che buona parte di essi all’opposizione c’erano e sono trasmigrati in corso d’opera in un tripudio di trasformismo che ormai neanche più impressiona.

Tocca davvero rassegnarsi allora a questo precipitare senza fine nel caos e nell’improvvisazione? Dovremmo davvero abituarci a leggere di partiti che scoprono dai giornali le nomine di un assessore, partorite in estemporanea al telefono con un cronista? E a incollare quotidianamente i tasselli di questo gigantesco mosaico di fallimenti? O alla fine si troverà qualcuno nel Palazzo che si assume la responsabilità politica di chiudere i battenti di questa legislatura?

Nella politica siciliana l’opinione diffusa è che questa legislatura durerà. Salvo sorprese e scossoni da altri palazzi, che non sono quelli della politica. E che già quest’estate hanno fatto traballare le istituzioni regionali per le note vicende, poi rientrate. Chiedere ai siciliani di rassegnarsi a un’idea simile ci sembra davvero troppo. E poca cosa è la consolazione della speranza (che è quasi una certezza) che tutti coloro che contribuiscono a tenere in vita questo baraccone siano spazzati via dagli elettori alle prossime regionali.

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