Il Pdl annegato dal voto - Live Sicilia

Il Pdl annegato dal voto

Una batosta clamorosa quella dei berluscones in questo voto amministrativo. Perché?

PALERMO – Una volta qui era tutto Pdl. Era il granaio berlusconiano la Sicilia del 61 a 0. Quella che eleggeva non solo deputati e senatori, ma anche sindaci a iosa, magari misconosciuti ma spinti dalla forza di un simbolo. Che oggi, almeno quando non c’è di mezzo in prima persona il Cavaliere, i siciliani non cercano più in cabina elettorale. La caporetto del Popolo della Libertà in queste amministrative è drammatica. Ed è in fondo l’ideale continuazione di quanto già visto un anno fa, nella tornata di comunali che aveva visto il Pdl capitolare a Palermo dopo un decennio e buscarle di santa ragione nella Agrigento del segretario nazionale Angelino Alfano. In mezzo alle due scoppole ci sono stati altri due test: le regionali, perse anche quelle ma per via della divisione del centrodestra che ha favorito Crocetta, e le Politiche, vinte in Sicilia grazie alla spinta dell’immarcescibile Berlusconi. Senza il suo quotidiano bombardamento e le sue pirotecniche trovate da campagna elettorale, il Pdl del 2013 dà l’impressione di essere un partito più o meno evanescente. E se questo fa un certo effetto al di là dello Stretto, dove i berlusconiani sono stati ovunque sconfitti dal Pd in questa tornata di amministrative, nell’Isola la circostanza desta ancora più scalpore.

“I coordinatori dovrebbero rendersi conto che la conservazione della specie sta distruggendo il partito”, ha detto Vincenzo Vinciullo, l’eretico ex An, sospeso dal partito per aver sostenuto una candidatura diversa da quella “ufficiale”, puntando a Siracusa su Ezechia Reale piuttosto che su Edy Bandiera. Gli elettori gli hanno dato ragione, portando al ballottaggio il suo uomo e lasciando Bandiera fuori dai giochi. “Stamattina mi sarei aspettato le dimissioni del coordinatore del Pdl di Siracusa e del suo vice”, ha commentato soddisfatto Vinciullo. Fotografando l’aria che tira in un partito che appare alla deriva, fuori dai giochi in tutti e quattro i capoluoghi di provincia in cui si è votato.

A Catania, il centrodestra è uscito con le ossa rotte, perdendo la città che amministrava da tredici anni e che lo ha sempre premiato anche quando le sue amministrazioni non si sono distinte per risultati memorabili. Nel capoluogo etneo il centrodestra ha perso pezzi importanti di lobby, che si sono spostate su Enzo Bianco, così come robuste fette di nomenclatura politica locale, da Lino Leanza (che ha fatto il pieno col suo Articolo 4) a Marco Forzese.

A Messina, Pdl e compagni sono finiti persino dietro all’outsider Renato Accorinti, con un candidato inchiodato al 18 per cento. Peggio ancora ha fatto Franco Antoci a Ragusa, fermo al 15, beffato per una manciata di voti dal candidato grillino che gli ha soffiato il ballottaggio. E poi c’è il caso Siracusa, dove l’anima degli ex An, che in zona fanno capo a Vincenzo Vinciullo, ha consumato uno strappo clamoroso, sintomo di una certa irrequietezza diffusa degli esponenti del Pdl provenienti da quella storia.

Insomma, un mezzo disastro per un partito che poco più di tre mesi fa alle Politiche era riuscito in una clamorosa rimonta e che i sondaggi davano vincente in caso di voto anticipato. Ma per il Pdl sembrano essere giunti al pettine nodi antichi, quelli che lo hanno accompagnato sin dagli albori, e cioè il deficit di organizzazione interna, l’assomigliare troppo al movimento liderista delle origini senza essersi mai trasformato in un partito strutturato. Qualcuno ricorderà le prime parole di Angelino Alfano, ancora una volta sconfitto in casa in queste elezioni, al momento della sua investitura a segretario. Primarie sempre e dappertutto aveva promesso l’attuale vicepremier. Stiamo ancora aspettando i gazebo, dappertutto. I meccanismi decisionali del partito continuano a essere ancorati a vecchi stili, il Pdl non sembra riuscire a rigenerarsi dal basso. E senza la presenza martellante del solito Silvio in tv, i suoi candidati ormai si sciolgono come neve al sole, adesso che non c’è più neanche la forza del governo regionale a fare da mastice.

Presentando il voto amministrativo, domenica scrivevamo di un centrodestra ridotto alla quasi afasia all’Assemblea regionale. Un’opposizione fantasma che ha lasciato interamente la scena a Crocetta e ai suoi alleati, dando l’impressione che questo voto amministrativo fosse una questione tutta interna al centrosinistra. Quell’immagine di marginalità, al netto dell’attività di tre o quattro agguerriti deputati, è stata presagio inquietante del tracollo elettorale di queste amministrative. Il rilancio dovrà passare da un processo di revisione che non può limitarsi a un tagliando di routine. Il centrodestra deve riallacciare il dialogo perduto per strada con quegli ambienti che per due decenni lo hanno sostenuto e che adesso hanno cominciato a guardare altrove. Emblematico è il caso della Confcommercio, in passato serbatoio di voti per il centrodestra, che nella sfida catanese guardava con maggiore interesse a Bianco o a Caserta piuttosto che a Stancanelli. La sfida è difficile e forse riguarda la sopravvivenza stessa. Perché non può esserci sempre un Cavaliere a tirare fuori le castagne dal fuoco.


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