Non chiamatelo amore. L’amore protegge, asciuga il sudore della fronte al confine di una salita; semina sogni distesi e innocenti perfino nell’impurità, costruisce case solide, dove prima c’era un precipizio, annoda una corda intorno ai fianchi di coloro che si riconoscono pari.
Eppure quella piccola donna così lo chiamava: amore. Era convinta che lui, il suo professore di religione – un uomo molto più grande – l’amasse e fosse disposto a smentire se stesso, a dimenticarsi della sua strada, per incontrarla su un altro cammino.
E pensava che bastassero gli sms, i baci di cui si narra nelle canzoni di Baglioni, il sole che inonda le ciglia e avvicina gli occhi in un giorno d’estate, il ruffiano e galeotto sciabordio del mare con un paio di accordi: “Quella sua maglietta fina…”. Ma tutto era fuorché il diamante grezzo che unisce le persone e le rende splendenti alla vista. L’amore è pace alla fine di una guerra; se offre il tormento, ti conferma subito dopo che ne valeva la pena.
In tanti, in troppi hanno pensato che fosse davvero amore, dando al suono della parola un’eco falsa, da stridore di denti. E hanno fatto – sulle pagine social della coscienza collettiva – carne di porco di biografie e sussurri, discettando nel caveau di emozioni ignote, da cotonati e attempati adoni di ‘Amici’. Poi, hanno registrato il marchio di una privata educazione sentimentale a colpi di sentenze. Nel ventre di un mondo che scambia la libertà per dissoluzione, anche di se stessi, che male c’è? Cosa c’è di eretico – suggerisce l’opinione comune – nella relazione, ridotta a verbale di accusa, di un professore di quaranta e più anni con una sua allieva adolescente?
Spazio, dunque, ai commenti, inclini al pecoreccio – ringhia sempre un Lino Banfi nascosto tra le pieghe di professionisti benvestiti e bennati – con i successivi titoli, come se Giovannona Coscialunga fosse l’unità di misura perfetta dell’immaginario femminile. Largo agli impudici riferimenti nabokoviani, nel vagheggiamento onirico-erotico della Lolita del banco accanto.
Non uno capace di soffermarsi sul volto ignoto e a cento sovrapponibile di una quattordicenne, sospesa tra il cielo in una stanza e una canzone, non ancora rudimento di cronaca e di piazze del villaggio in cui, immancabilmente, la gente mormora, sentendosi come Gesù nel tempio. Nessuno in grado di impaginare un codicillo di pietas per lei, tra condanne assortite e comodissime indulgenze, tutte al maschile.
Lei all’amore che toglie fiato e sonno, ricompensando gli amanti col per sempre, innocentemente credeva: “Stavamo insieme… ci siamo visti e visto che ero innamorata di lui ci siamo baciati. Lui mi diceva che nessuno capiva che lui mi amava veramente. Mi diceva che avrebbe voluto che i miei accettassero la nostra relazione”.
Ed era appena l’amore oggettivamente rubato che non concede riposo, né scia luminosa, né letto amico su cui disperdere gli affanni. Nemmeno tutte le canzoni consumate a maggio, tra stelle e cielo, potranno placare la sete che rimane di una illusoria promessa d’eternità.

