Il senso dei grillini per la legge |Quando i vessilli non bastano - Live Sicilia

Il senso dei grillini per la legge |Quando i vessilli non bastano

I 5 Stelle e la Giustizia: quella prudenza scoperta all'improvviso.

PALERMO – Quando sotto inchiesta finiscono gli “onesti”. L’inchiesta della procura di Termini Imerese che riguarda il Comune di Bagheria è una nuova tegola sull’immagine del Movimento 5 Stelle, che di una certa idea oltranzista della giustizia con sbavature forcaiole ha sempre fatto la sua cifra. Intransigenti con gli altri, lesti a urlare richieste di dimissioni al primo avviso di garanzia, prudenti quando di mezzo c’è il Movimento, i grillini hanno già manifestato altrove una sorta di doppio passo sul tema.

Anche sul caso Bagheria la reazione dei grillini sembra essere improntata alla prudenza. Sacrosanta, sia chiaro, quando si parla di indagini. Tanto più quando l’attenzione dei magistrati si concentra sulla gestione della macchina burocratica, dove non è raro intravedere il fumus di reati che magari alla fine si scoprono solo ipotizzati. A maggior ragione in questo caso, dove al primo vaglio di un giudice terzo, la lettura dei pm è stata in qualche misura ridimensionata, visto che l’accusa per Patrizio Cinque aveva chiesto l’arresto mentre il gip ha concesso “solo” l’obbligo di firma. Prudenza sacrosanta, quindi. Ma, e qui casca l’asino per i grillini, alquanto inedita dalle parti dei 5 Stelle, che alla prima scampanellata di una procura hanno spesso reagito col riflesso pavloviano della richiesta di dimissioni per gli avversari politici.

È il senso dei grillini per la legge. Un senso fatto di slogan, di cori e di vessilli. Quelli esposti come labari a testimonianza nella fede nella dea Onestà. E disonesti tutti gli altri. Ma gli stendardi non bastano. E non basta ai 5 Stelle l’ostensione dell’immagine di un magistrato esposto in prima linea come Nino Di Matteo, ministro in pectore di un governo pentastellato, per scansare le rogne dei palazzi di giustizia. Che i 5 Stelle in Sicilia, per storie tra loro molto diverse, cominciano a incrociare sempre più spesso. Prima di Bagheria c’era stata la storia delle regionarie sospese da un giudice, decisione a cui il Movimento ha reagito facendo spallucce. Prima ancora la famosa vicenda delle firme presunte false di Palermo.

Una raffica di eventi che ha portato oggi il candidato Giancarlo Cancelleri a commentare: “Stiamo subendo ogni tipo d’attacco e fino alle elezioni sarà così”. Ricorrendo all’immagine della persecuzione – mitigata ieri dall’errata corrige sulla “giustizia a orologeria” – tanto cara a una certa politica in passato oggetto di strali infuocati dei grillini. Questo mentre Cinque ricorreva al pannicello caldo della “autosospensione” dal Movimento, guardandosi bene dall’assumere provvedimenti relativi invece alla sua carica di sindaco.

Eppure, le cronache giudiziarie pentastellate da Roma a Bagheria, esercitando il più granitico garantismo e ribadendo la sacrosanta presunzione d’innocenza per le persone indagate, offrono uno spaccato politico, in cui il leit motiv sembra essere non tanto quello dell’illegalità delle condotte, contestata dai pm, quanto quello dell’approssimazione nell’azione politica e amministrativa. Un elemento questo che affiora nitidamente dalle valutazioni del gip che si è pronunciato sulle richieste dei pm di Termini. La “sostanza” dell’inchiesta su Bagheria, se paragonata ad esempio ai reati contestati dalle parti di Vittoria dove oggi è stato arrestato l’ex sindaco, non richiama contesti di contiguità con ambienti inquietanti tristemente sperimentati altrove (anzi, in altra indagine un collaboratore di giustizia definì Cinque “inavvicinabile” dalla criminalità), quanto piuttosto, almeno, un quadro di approssimazione e sprovvedutezza, in qualche modo imparentato col quadretto emerso nell’indagine palermitana sulle firme. A prescindere dalle responsabilità penali, tutte da provare nelle sedi opportune.


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