Indagato all'Ars e "giudice" al Cga | Il doppio ruolo di Titti Bufardeci

Indagato all’Ars e “giudice” al Cga | Il doppio ruolo di Titti Bufardeci

La Procura della Corte dei conti gli ha contestato un presunto danno erariale per le "spese pazze" a Palazzo dei Normanni. Un anno e mezzo fa, però, il governatore che vuole "rompere" col passato ha scelto l'ex braccio destro di Micciché come componente del Consiglio di giustizia amministrativa.

PALERMO – “Crocetta non mi ha promesso nulla”. Giambattista Bufardeci, noto come “Titti”, in quei giorni manifestava il suo sdegno, la propria indignazione. Poche ore prima, Gianfranco Micciché, il suo punto di riferimento politico per lungo tempo, non aveva preso bene la scelta di un gruppo di esponeti di Grande Sud (il movimento meridionalista fondato dall’ex sottosegretario) di “saltare il fosso”. Tagliare il cordone ombelicale con la stagione cuffarolombardomiccicheiana, e svoltare. Era già partita la rivoluzione di Crocetta, sul cui carro saliranno, tra gli altri, appunto il politico siracusano, il ciuffo berlusconiano di Michele Cimino, quello più “palermocentrico” di Edy Tamajo, le quattro legislature nel centrodestra di Riccardo Savona (che poi rientrerà nei ranghi dopo una lite con Crocetta).

“Ma il governatore non mi ha promesso nulla”, insisteva amareggiato Bufardeci. I venduti – così lo etichettò Micciché – sono altri. Insomma, promessa non ci fu. Passa circa un mese, però, e Titti Bufardeci diventa il nuovo componente della sezione consultiva del Consiglio di giustizia amministrativa. Per intenderci, il tribunale di secondo grado per le controversie amministrative, appunto. Lo stesso che pochi giorni fa ha messo il proprio timbro sull’ennesimo fallimento del governo di Crocetta, stoppando il progetto “Prometeo” rivolto a oltre 1400 lavoratori della formazione rimasti senza lavoro dopo le crociate del governatore. Bufardeci fa parte della sezione consultiva, però. Quella che, tra le altre cose, emette pareri nei confronti proprio della Regione.

Nominato da Rosario Crocetta, un mese dopo l’addio a Micciché. Una scelta politica, e su questo pochi dubbi. Non solo perché la nomina è stata sottoposta al vaglio della prima commissione parlamentare dell’Ars, come quello di un qualunque consigliere di amministrazione di società regionali, ma anche per la scelta di accompagnare la nomina di Bufardeci con quella di Elisa Nuara. Nome meno noto ai più. Ma non certamente a Gela, dove quest’ultima era stata vice sindaco proprio con Crocetta.

Il problema, per Bufardeci, però, non è tanto quello di aver cambiato idea. Di aver rappresentato un tassello – né il primo né l’ultimo – nel mosaico dell’eterna epopea del trasformismo siciliano. No. Il problema vero, per Bufardeci, è quello di essere stato anche il capogruppo a Sala d’Ercole di Grande Sud. Ed è da capogruppo che deve rispondere delle accuse sulle “spese pazze” dell’Ars, insieme a un gruppetto di colleghi. Circa 60 mila euro il danno erariale contestato dalla Procura della Corte dei conti. Da un lato “giudice laico”, dall’altro “indagato”.

Per molto meno, Rosario Crocetta in passato avrebbe montato conferenze stampa esplosive. E non a caso da due anni tiene chiuse le porte della sua giunta di deputati regionali: “E se poi ne indagano qualcuno? Mi tengo l’assessore indagato?”. Per carità. Molto meno visibile è ciò che accade nel sottogoverno. Anche se il sottogoverno si chiama “Cga”. Dove Bufardeci ricopre un ruolo di vertice, mentre un altro potere, per certi versi parallelo, cioè la Procura contabile, indaga su di lui (sebbene in buona compagnia).

Un destino antico, quello di Bufardeci. Che nel 1998 per un periodo ricoprì contemporaneamente il ruolo di deputato regionale e di sindaco di Siracusa. Quando l’Ars si decise a sancirne la decadenza da parlamentare, lui arrivò a Sala d’Ercole già dimissionario. La lunga militanza al fianco di Micciché, a fianco cioè di uno dei simboli di quel passato che Crocetta vuole spazzare via a colpi di rivoluzione, proseguì per Bufardeci non certo nelle retrovie. Anzi. Fu persino assesssore. Di quell’altro “simbolo del male” che fu Raffaele Lombardo. Con lui in quella giunta di centrodestra, prima della rottura tra Pdl e Pdl Sicilia (anche in quel caso Bufardeci sarà tra i ‘lealisti’ del governatore di Grammichele) e prima del ribaltone che porterà il Pd di Lumia e Cracolici a governare col leader dell’Mpa poi indagato per mafia, c’era anche Michele Cimino. Cugini e parenti e fedelissimi del deputato che ha ideato il movimento “Voce siciliana”, oggi puntellano il sottogoverno crocettiano, dall’Esa alla Sanità agrigentina.

“Noi – insisteva però Bufardeci un anno e mezzo fa – non abbiamo chiesto nulla a Crocetta. Il dialogo che è iniziato, è solo il frutto di quanto stiamo vedendo in questi primi mesi della legislatura: un presidente, cioè, che finalmente fa sul serio. Con Crocetta non c’è mai stato un ragionamento del tipo ‘do ut des’. Se dovesse succedere, non sarebbe certamente il frutto di accordi sottobanco o di chissà quali promesse”. Nessuna promessa. Ci mancherebbe.

Partecipa al dibattito: commenta questo articolo

Segui LiveSicilia sui social


Ricevi le nostre ultime notizie da Google News: clicca su SEGUICI, poi nella nuova schermata clicca sul pulsante con la stella!
SEGUICI