PALERMO – La signora che si sforza di sorridere, distesa su una barella, nel pronto soccorso dell’ospedale ‘Ingrassia’, si trova nell’area dell’osservazione breve – ironia della nomenclatura – da martedì scorso. Ed è venerdì. Eppure, non manifesta segni di ribellione: “Sono tutti gentili e bravi. Sì, sono molto solleciti e premurosi. Non posso lamentarmi”.
Corsia che vai e trovi sempre la stessa storia, la cruda venatura della realtà oltre proclami e annunci. Una trincea sofferente in cui pazientissimi pazienti e medici a loro volta pazienti stringono un’alleanza per sopravvivere, mentre la politica manda in scena il gioco di prestigio, l’illusione di una sanità vicina alla gente. Non è vero. Ogni pronto soccorso è un’isoletta abbandonata, sorretta dalla buona volontà di chi tira avanti, nello sforzo sovrumano che riempie i buchi. Così si narra praticamente ovunque. L’ospedale ‘Ingrassia’ non fa differenza.
Il popolo è, appunto, paziente. Sono quasi tutte persone anziane, raccolte in una stanzetta, assopite in un dormiveglia di protezione, perché, sonnecchiando, si dimentica un po’ il dolore.
Poi ci sono i malacarne e quelli, da punire severamente, che ricorrono alla violenza, dando la caccia al camice bianco. Giovanni – la guardia munita di pistola – racconta: “Se sono stato aggredito? Sì, nel 2007. Timpano perforato, denti messi male, danni all’occhio. Un ragazzo incensurato che si è rovinato con le sue mani. Ora gli direi: ne valeva la pena, figlio mio? Trentatré anni di servizi, quattordici qui. Mi conoscono tutti, si sentono rassicurati da me”. Un bonario sceriffo dai modi gentili, Giovanni.
Il primario, Maurizio Russotto, incede tra qui e Corleone. Fornisce qualche cifra: “L’anno scorso abbiamo registrato ventimila accessi, quest’anno saranno di più: venticinquemila. Sì, io faccio un po’ la spola. La situazione più critica si verifica sempre in inverno. Se uno che sta bene ha l’influenza, gli passa. Gli altri affrontano le complicanze e dobbiamo essere pronti per via dei casi cronici e pluripatologici. In questo momento nell’osservatorio breve abbiamo diciotto-venti presenze. Certo, succede che si esca da qui senza avere mai visto un altro reparto”.
Succede, cioè, che nel sovraffollamento e in mancanza dei posti letto nei reparti, il pronto soccorso organizzi un ospedale nell’ospedale, una fabbrica di mini-ricoveri e dimissioni dalla diagnosi alla libera uscita. La dottoressa Giusy D’Aiello, responsabile sul campo, ha un’espressione di assoluta stanchezza. “Sì, sono stanca. Lavoro in un pronto soccorso. Lei che dice?”. Oltretutto, i lavori non finiscono mai in ospedale. E le corsie si restringono, invece che allargarsi.
Parla, la dottoressa. Forse si sfoga: “La verità è che il paziente è disperato e non sa a chi rivolgersi. Gira di qua e di là, non trova assistenza e corre nei pronto soccorso. Ci vuole un addome d’acciaio, uno stomaco di ferro, proprio. Lo so anche io che ci sono i furbetti che cercano una scorciatoia. Però, la maggioranza è composta da soggetti che stanno male. Noi qui andiamo al massimo. Il nostro capo, Antonio Candela (il commissario dell’Asp, ndr) è operativo e collaborativo. Ce lo troviamo sempre nelle situazioni di bisogno. Io penso a chi decide le regole e dico che la baracca non si dirige così. Spesso accade che un medico, alle prese con un problema grave, sia assalito da chi pretende risposte. Ed è solo in quei terribili momenti”. Salvatore, il caposala, è un veterano delle trincee bianche: “Non è una missione facile la nostra. Ci aiutiamo come possiamo”.
Sono uomini soli i dottori e gli infermieri che prestano la loro opera quaggiù, dove ci vogliono stomaci di ferro e cuori saldi. Non tutti, nella vastità sanitaria del disagio, saranno inappuntabili e coscienziosi. Quelli che abbiamo incontrato nel viaggio di LiveSicilia per le strade amarissime della sanità siciliana sono esempi di abnegazione. E’ grazie alle loro spalle sempre più fragili, se un equilibrio sottile, invece di spezzarsi, resta appeso agli scricchiolii della precarietà. Ma quanto dureranno ancora, questi soldati stanchi, se i nostri non arrivano e non arriveranno mai?

