Onorevole De Luca, buona domenica. Dove si trova, adesso?
“Sono nella mia Fiumedinisi, dal mio torrente, con la mia famiglia. Vado da papà e dai nonni, dai miei cari, al cimitero. E mi godo la mamma”.
Non si capisce Cateno De Luca, se non si capisce il torrente. Nel senso del tumulto irregolare di un corso di cose che si adatta al contesto, ma non rinuncia all’impeto, accettando lo scontro e le polemiche. E anche perché, in quei luoghi, tra le rive petrose di Fiumedinisi, deve esserci l’ombra di un ragazzo di provincia, nato da una famiglia umile e perbene, che da lì decise di spiccare il salto. Sono le memorie di ieri a mordere i sogni di oggi, sputando il nocciolo degli incubi. Ecco perché quel ragazzo, ormai cresciuto, racconta sempre di se stesso il bisogno di tornare a casa.

Un legame fortissimo. Per questo lei ritorna?
“In realtà non mi sono mai staccato. Io vivo qua. Ho un rapporto incancellabile col territorio, con la comunità, con le persone. Il torrente ha segnato la mia infanzia. Ero un bambino vivace, scappavo da scuola e cercavo granchi. La mia grande maestra mi riempiva di bacchettate. Mi sono servite tutte”.
Qualcuno, tra i suoi antipatizzanti, penserà che ce ne sarebbero volute perfino di più… Il torrente, per lei, è una metafora attuale?
“Sulle bacchettate posso essere d’accordo (ride, Cateno). Molte delle mie telefonate politiche, delle ‘sedute spiritiche’, dei discorsi li faccio qui, sulla riva. Senza contare che qui venivo a passeggiare con Giusy, mia moglie, mano nella mano, quando eravamo fidanzati. E succede ancora”.
Ora lei si trova nelle condizioni del calciatore che viene convocato in nazionale. Tutti la cercano, tutti la vogliono, tutti tentano di spiegare il fenomeno ‘Scateno’. Ma non è che si è montato la testa, onorevole? Nel caso ci preoccuperemmo di avvisarla sui danni del famigerato, il copyright è suo, ‘effetto rinculo’…
“Non c’è il rischio che mi monti la testa, so chi sono e da dove vengo. Sono molto contento per gli sviluppi veri delle cose. Ma resto un leader di periferia col suo sogno. Io voglio diventare presidente della Regione”.

Ne parleremo. Come è stato, nell’ambito degli accordi col centrodestra nazionale, il suo contatto con la premier Giorgia Meloni?
“Sono rimasto molto favorevolmente colpito sia dalle parole del presidente La Russa, sia da quello che ha detto la presidente Meloni. Coincidono nel ritrarmi per quello che sono: un uomo testardo e libero a cui non si può imporre nulla e che non cerca compromessi al ribasso”.
Provvidenziale, oltretutto, forse, per il centrodestra assediato dalle truppe del generale Vannacci?
“Io vado per la mia strada e distinguo tra i pragmatici seri e i cazzari sfascisti, essendo il sottoscritto un politico di amministrazione. E’ necessario costruire, giorno dopo giorno, una risposta quotidiana ai problemi. In questo senso metto sullo stesso piano Roberto Vannacci e Ismaele La Vardera. Si deve fare politica concreta. Chi ‘rubacchia’ consensi, sparando sciocchezze, si iscrive al partito dello sfascismo. La sintesi nazionale col centrodestra nasce dalla mia esperienza, non da un calcolo. Dalla voglia di incidere, a livello nazionale, efficacemente. Dopotutto, sono il sindaco d’Italia, con cinque fasce tricolori, tutte raggiunte da solo, col pragmatismo e la responsabilità. Infatti, non mi considero l’anti-Vannacci, una formula assai riduttiva. E’ lui, semmai, l’anti-De Luca…”.
Come si sta col centrodestra a Roma, ma non a Palermo? Non è una posizione incoerente?
“Niente affatto. Sono un innovatore, chi è ancorato a vecchi schemi non capisce e capiranno quando sarà troppo tardi. Cominciamo da una circostanza: non ho blindato un patto col centrodestra nazionale, andando col piattino in mano per una rappresentanza parlamentare o per un ministero da elargire al sottoscritto. Non mi interessa questa politica. Io voglio affermare un’idea forte, lo ripeto, di buona amministrazione e legame col territorio. Ecco perché dico che il mio è un viaggio alla Ulisse: la libertà comporta rischi, ma ti rende protagonista di una identità. Non ascolto il canto delle sirene. E non ho chiesto in cambio nemmeno la candidatura alla presidenza della Regione che resta il mio obiettivo. Voglio arrivarci con le mie forze, con le mie proposte. Semplicemente, faccio l’accordo nazionale, ma non posso stare col centrodestra siciliano”.
Perché?
“Direttore, ma le pare che mi possa sedere accanto a personaggi e interpreti colpevoli del disastro della Sicilia? Ci vuole un ricambio generazionale. Il centrodestra siciliano ha governato sempre, a cavallo della infausta e breve esperienza di Crocetta, contando su risorse e consenso. Il risultato? Una regione in ginocchio che, pur con molti soldi arrivati in dote, è rimasta arretrata, rispetto ad altre che hanno spiccato il volo, perfino con mezzi minori. In Sicilia resto con le mani libere. Vado avanti col governo di liberazione e posso stringere accordi con chiunque. I termini dell’intesa sono chiari”.

E il campo largo che lei, cordialmente, definisce ‘camposanto’?
“Non è un caso lo sfascio del Partito Democratico. Anthony Barbagallo ha gestito male la situazione, anche nei nostri confronti. La rottura, come è noto, si è verificata alle Europee del 2024. Abbiamo subito un rifiuto che ha cancellato ogni ipotesi di percorsi comuni. Una strategia assai poco lungimirante. Forse, loro non vogliono governare davvero, perché sanno che non sarebbero in grado. La vita dell’opposizione che chiacchiera e si spartisce i posti è molto più comoda. Magari saranno ancora traumatizzati dal governo Crocetta. Non è più un mio problema”.
Nel frattempo, chiama Renzo Bossi…
“Soprattutto come gesto simbolico. Perché Umberto Bossi è stato un grande politico di territorio, un personaggio rivoluzionario per cui nutro ammirazione. E per dare un segnale alla Lega che dovrebbe tornare alle origini federaliste, dimenticando il nazionalismo. I vertici hanno reagito. Vuol dire che il messaggio è arrivato”.
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Lei, dunque, pensa di essere Ulisse, onorevole?
“Sì, lo sono. Ho citato, come contraltare, i personaggi di Checco Zalone per ribadire che il posto fisso non mi interessa. Navigo in mare aperto, ormai. Ma non scordo il mio torrente”.
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