Io esisto, dunque sporco tutto | Palermo, il 'vastaso' da spiaggia

Io esisto, dunque sporco tutto | Palermo, il ‘vastaso’ da spiaggia

Una giornata di mare che termina con un cumulo di rifiuti. Ed è sempre colpa sua.

Eccolo il Palermitano Vastaso da spiaggia (panormitanus vastasonazzus spiaggiatus) che si rende immediatamente riconoscibile, lasciando una discarica dietro di sé, affinché tutti, ma proprio tutti, annotino che l’Attila della battigia è stato lì. Eccolo – anche stamattina – mentre si esercita nel lancio della sigaretta, nello sgracchio olimpionico; mentre – fierissimo della sua natura primitiva – dissemina il disseminabile, come se apponesse putrescenti bandierine del suo essere, irrimediabilmente, un incivile.

Si è messo in marcia, con un’idea fissa. Ha affrontato le lamiere arroventate di una macchina, ha subito l’afrore di un autobus locale che condensa in sé le pene dell’inferno raccontato da Dante, con l’aggiunta di un soprassalto di fantasia in più. Ed è approdato qui, accanto a te, a Mondello, a Isola, a Sferracavallo. E adesso ti sta sorridendo, un sorriso come un giuramento che annuncia: non ti scorderai di me.

Viene dalla periferia, viene dal centro, viene da una casetta malmessa, viene da un’arrogante villona, viene, comunque, con un intento inscalfibile. Viene per insozzare la bellezza, per sporcare la decenza e ci vorrebbe un truce sceriffo per punirlo, per insegnargli, con le buone o con le cattive, un po’ di educazione.

Il vastaso della spiaggia conosce il perimetro di pertinenza della sua casa e quello rispetta, fregandosene del resto. Ciò che rimane fuori, appunto, va devastato, come per una vendetta o una suprema affermazione ontologica: io esisto, dunque sporco.

Adesso è qui, di fianco, con una tovaglia da sbarco grande quanto la Groenlandia. Ha colonizzato una vasta fetta di spazio, scoraggiando invasori anche rapsodici, con un’eloquente espressione da combattimento. Ha tolto dall’involucro un vassoio di pezzi di rosticceria che andrebbe bene per l’intero viale Strasburgo, vicoli compresi, e lo consuma da solo. Poi si stende, sulla sabbia incandescente, per espiare, aspettando il tuffo.

Una penitenza sarà, perché uno ci riflette: scusa che bisogno c’è? Prima il bagnetto poi il calzone… Invece no, la colazione abbondante precede l’attesa di una tardiva frescura a digestione ultimata. Nel frattempo, tovaglioli e posate di plastica svolazzano. Tranquilli, trattasi di mero antipasto.

Il meglio di sé, questa non rara specie panormitana, lo offre quando cala il tramonto. Infatti – levando le tende – abbandonerà in loco la lattina di Coca svuotata e ripiegata malinconicamente sulla riva, il pannolino del bebè (se c’è), il sacchetto con la munnizza, la bottiglia di birra, lo stecco del gelato. Andrà via il vastasonazzo palermitano, ignoto al cestino o al cassonetto, soddisfattissimo di sé e dello sfregio inflitto. E magari, secondo vulgata corrente, se la prenderà, nel suo slang iracondo, con gli extracomunitari che – perdio! – ci tolgono il lavoro e invadono i nostri luoghi incontaminati. E se lo dice lui che è il vandalo della sua stessa terra…

E come sarà la porzione di litorale che ha osservato il transito di Attila? Queste foto – nitide e chirurgiche, scattate e concesse da Mario Cucina, cronista sensibile e artista dell’immagine – narrano il disastro meglio di ogni aggettivo. Ecco come è Mondello, straziata, nell’agonia di una giornata di mare che non era nemmeno sabato o domenica. Sì, ci vorrebbe uno sceriffo. Oppure, chissà, un libro.

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